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Il Blasone di Casa d'Alessandro



Lo scudo di Casa d’Alessandro ha avuto varie trasformazioni nei simboli araldici e nei colori durante i secoli passati. Difatti, i vari rami affermatisi nelle Provincie meridionali, pur mantenendo il disegno identitario del leone, diversificarono i rispettivi blasoni con la tecnica della “brisura”( elemento di modifica del blasone ereditato, in uso presso i discendenti primogeniti, i cadetti o gli illegittimi). La testimonianza più antica dello stemma d’Alessandro (de Alexandro/ ab Alexandro/ Alexandri) è rappresentata dallo scudo in pietra della cisterna presente in Roccagloriosa (vedi sotto), ove è impresso il primordiale leone rampante attraversato da banda trasversale. Tale uso raffigurativo dell’arma potrebbe essere legato ad una costumanza normanna dell’epoca, così come ideato in base alle origini leggendarie greco-macedoni della stirpe. Nel XX° secolo le storiche intuizioni del prof.Fernando Lugaro Tarantino sul blasone d’Alessandro, edite con la rivista araldica “Il Patriziato”del 1903(vedi a seguire),evidenziarono come i discendenti indiretti di Alessandro Magno, i sovrani Leone e Basilio II, adottarono il leone,oltre al cavallo bucefalo, come simbolo araldico della famiglia imperiale macedone. A conferma di detta tesi è giunta nel 2014 la scoperta archeologica di un complesso funerario presso il “tumulo di Kasta” o “collina 113” della necropoli, già scavata da Dimitris Lazaridis tra gli anni ’60-‘80 nell’antico abitato greco di Anfipoli. Tale tomba monumentale,costruita in stile macedone (circondata da un muro e sormontata da un tumulo di terra),risulterebbe essere stata costruita tra il 325 ed il 300 a.C. (per la presenza di sculture ed un mosaico di Persefone dell’epoca) per ospitare le illustre spoglie di un familiare di Alessandro Magno. All’interno, i resti di un sarcofago ligneo ed i frammenti di uno scheletro, appartenuto ad una figura maschile, fanno ipotizzare essere del figlioletto erede Alessandro IV, ucciso con la madre Roxane, principessa battriana. Sulla sommità di detta collina è posto un basamento marmoreo che, secondo gran parte degli studiosi dell’area archeologica,doveva sostenere un segnacolo funerario. Questo monumento ornante in cima alla tomba è stato identificato nel conosciuto “leone di Anfipoli” (scultura di 5,30 metri di altezza), collocato a sud della cittadina nei pressi di un ponte sul fiume Strimone, dopo la recente ricomposizione dei rispettivi frammenti ad opera dello scultore Panagiotakis (C.Casi,A.Steiner, In Macedonia sulle orme di Alessandro Magno,su rivista Archeo, anno XXXI, n.365,luglio 2015,pp.73-101). Il leone marmoreo, quindi, del grande tumulo funebre reale fu utilizzato come segnacolo, ovvero probabile insegna simboleggiante la macedone famiglia sovrana degli Argeadi, dinastia greco-dorica e discendente da Temeno re di Argo. Gli Argeadi si estinsero storicamente nella discendenza di Alessandro Magno tra il 310-300 a.C. La “Gens Alexandri” del Sud Italia, di origine ellenico-bizantina, collegandosi alla leggendaria stirpe macedone, potrebbe aver scelto quale segno distintivo e d’identificazione la figura del leone o del cavallo, che appaiono, tra l’altro, accomunati su una tavola illustrativa dell’opera settecentesca, Arte del Cavalcare, del duca Giuseppe d’Alessandro di Pescolanciano. Il medesimo studioso Lugaro-Tarantino annotò che re Basilio II(958-1025 d.C.) fece uso dell’insegna inquartata del leone e del cavallo a ricordo dell’illustre ascendenza imperiale, confermando questa costumanza identificativa.




Leone di Anfipoli in Macedonia presso il fiume Strimone, 325-300 a.C. e
Tavola illustrativa dell’opera Arte del Cavalcare del duca G.d’Alessandro, 1711




Bassorilievo del leone con 3 stelle e "stella regolo",simbolo di regalità
collegata alla congiunzione di pianeti (Giove, Mercurio, Marte)
presso il mausoleo di Antioco I, re ellenico di Commagene,
discendente di Alessandro M.(69-39 a.C.). Monte Nemrut, Turchia.



IL SIMBOLO DEL LEONE

Il leone, come per l’aquila, rappresenta uno degli animali più presenti nell’araldica familiare della nobiltà italica ed europea. Immortalato, spesso, nella posa più comune ,che lo mostra “rampante”di profilo, ritto sulle zampe unghiate posteriori (le due anteriori sono tese quasi in verticale) in avanti e con la lingua sporgente dalla bocca, la figura, di norma, guarda verso sinistra . Quando nello scudo è presente una coppia di leoni (addossati/affrontati), di norma, uno guarda verso sinistra e l’altro verso destra. Talvolta il leone è rappresentato passante negli scudi (con tale figura prende il nome di gattopardo), altre volte è anche coronato o raffigurato in parte. Il leone, quale re dominatore di tutti gli animali, comunque ha simboleggiato, nella sua valenza positiva, la forza,la maestosità, il comando nonché la nobiltà e saggezza di una certa classe dirigente del tempo (1).




Raffigurazione quattrocentesca dello stemma di Alessandro Magno
( da Le Triomphe des Neuf Preux,manoscritto BNF-Arsenal 1487)



Raffigurazione cinquecentesca dello stemma di Alessandro Magno
(da O Livro do Armeiro Mor, Portugal - 1509)



LE TRE STELLE

Anche questo componente araldico dello scudo d’Alessandro,postuma rappresentazione sulla banda trasversale attraversante il leone, è una variante brisata all’arma gentilizia originaria. La raffigurazione della stella potrebbe essere ricondotta alla simbologia delle antiche origini greco-macedoni della stirpe.Difatti, la figura è comparabile alla “stella o sole di Verghina”, cioè a quella rappresentazione stellare a 16 o 8 raggi rinvenuta nel 1977 durante gli scavi archeologici a Verghina in Macedonia dallo studioso Andronikos. La stella a 16 raggi, in rilievo sul coperchio dell’urna d’oro contenente le spoglie attribuite a re Filippo II padre di Alessandro, così come quella sulle monete rinvenute o l’altra a 12 raggi sullo scrigno di Olimpiade d’Epiro madre di Alessandro è stata ritenuta essere altro emblema della dinastia Argeade (detta anche “stella Argeade”). Il simbolo della stella Argeade in campo blu è poi stato scelto, ai giorni d’oggi, a rappresentare le tre suddivisioni della regione Macedone (AA.VV., Alessandro Magno oltre i confini del Mondo, in rivista Focus Storia, n. 96, ottobre 2014,pp.35-72). A seguire, taluni rami d’Alessandro usarono la stella ad otto punte ed il campo celeste.
Vi è, invece, chi intravede la stella nella rosetta a 6 punte o petali (ramo Pescolanciano), iscritta in una circonferenza, quale simbolo plurimillenario di carattere cosmologico associabile al Sole o Stella dispensatrice di luce,come nel caso del Cristo. Tale figura simbolica è stata ben raffigurata nella volta della chiesa di Saint Christophe des Templiers a Montsaunes in Francia (AA.VV.,Sulle orme dei Templari, in rivista Medioevo, anno 19, n.223,agosto 2015,p.96).




La stella Argeade a 16 raggi ritrovata in Verghina e
Urna di re Filippo II con coperchio con stella, da riviste citate




Monete/medaglie con stella ad otto raggi, da rivista citata e
Soldato macedone con scudo a stella ad otto raggi.


IL SIMBOLO NORMANNO DEL LEONE NELLE CROCIATE : sec.XII

Il Leone in Roccagloriosa

Da un’analisi dei reperti araldici dei vari rami dei d’Alessandro, rinvenuti nelle chiese o sepolcri o presso le dimore nelle diverse epoche, si conviene nell’ipotizzare che il blasone di tale schiatta subì modifiche nella coloritura ed in alcuni elementi iconografici. La più antica raffigurazione conosciuta, fino ad oggi, del blasone del Casato dei d’Alessandro è quella dello scudo in pietra, composto dalla figura centrale del leone rampante attraversato da una banda, risalente all’epoca del miles Christi Guido/Guidone de Alexandro, barone di Roccagloriosa (SA) e crociato in Terra Santa (1187). Tale stemma è immortalato nel borgo di detto paese(2), con esattezza sull’antica cisterna del fabbricato annesso alla chiesa della Commenda di Santo Spirito(3).


La particolarità di questo blasone è l’essere privo delle tre stelle sormontanti la banda-fascia trasversale, che tra l’altro potrebbe essere stata aggiunta da questi esponenti d’Alessandro di Roccagloriosa su un’arma precedente composta dalla sola figura del leone. La figura araldica del leone, a detta di vari storici, fu ampiamente utilizzata nel corso delle crociate, soppiantando l’immagine dell’orso, alquanto diffusa nelle arme delle famiglie europee. E’ noto, inoltre, che i Normanni fecero largo uso del simbolo del leone nelle insegne reali ed in quelle di molte famiglie alleate. E’ molto probabile che tra i sec.XII e XV il suddetto stemma, formato da leone con banda senza stelle, rimase in uso presso il Casato d’Alessandro, come risulta dallo stemma coniugale di Pietro Nicola de Alexandro (presidente della Real Camera della Sommaria) e Crisella De Gennaro (1488), custodito al museo di S.Martino in Napoli.


IL LEONE NEI RAMI AGNATIZI DEI d’ALESSANDRO: sec.XIV-XV

Il Leone in Sorrento

In una recente pubblicazione sulla cattedrale di Sorrento(4) si trova citato l’Arcivescovo Ludovico d’Alessandro (1266) con sue note genealogiche e blasone, raffigurato dall’autore con il leone e la banda senza stelle. Una più antica presentazione del suddetto personaggio e sua arma ci perviene dall’opera settecentesca dell’Ughello(5),ove invece compaiono le tre stelle ad otto punte.


E’ da segnalare, comunque, che un ramo dei d’Alessandro fiorì in Sorrento tra il XIII ed il XVIII sec. e fu aggregato al seggio di Dominova(6).Vi è testimonianza dell’esistenza di una cappella familiare nella cattedrale sorrentina, a cui i d’Alessandro rimasero legati dai tempi dell’Arcivescovo Ludovico. E’,perciò, opportuno portare all’attenzione degli studiosi una possibile ipotesi che il blasone raffigurato nello scudo ligneo sovrapposto all’organo settecentesco, nonché ai piedi dell’altare e sulla fonte battesimale di epoca romanica della cattedrale appartenga a questo ramo o suo imparentamento. Gli studiosi, (tra cui il citato Ferraiolo), invece, hanno attribuito detta insegna, che appare formata da leone d’orato-rosso con banda trasversale sormontata tra tre stelle ad otto punte in campo azzurro, ai due arcivescovi napoletani Anastasio (in carica dal 1699 al 1758), impegnati nell’opera di abbellimento della chiesa (artefici della costruzione delle cantorie in legno con rispettivi organi, degli altari in marmo etc.). Nonostante i più noti araldisti non danno cenno sulla nobiltà degli Anastasio, tale da giustificare l’uso del citato stemma, detta famiglia, invece, compare, in un manoscritto seicentesco(7) di proprietà, tra le famiglie di origine amalfitana arricchitesi a fine XVII sec.,lavorando per la Regia Dogana, ed imparentatasi con i d’Alessandro.
La supposta pretesa di attribuire il descritto stemma della cattedrale di Sorrento al ramo sorrentino dei d’Alessandro è avvalorata dalla testimonianza di analogo blasone dei d’Alessandro di Marigliano (NA)in Terra di Lavoro.



Duomo di Sorrento, particolari


Stemma d’Alessandro in campo azzurro. Da stemmario manoscritto fine XVII sec. dei Codici Volpicelli
(Biblioteca Nazionale Napoli, Collazione XVII 24)


Il Leone in Marigliano, Montalto Uffugo e Seminara

Il legame iconografico tra i blasoni dei d’Alessandro di Sorrento e quelli di Marigliano (con capostipite risalente al XV sec.) non risiede tanto nella comune immagine del leone, con gli attributi della banda e delle tre stelle ad otto punte, quanto nel colore azzurro del campo dello scudo. In particolare, l’arma marmorea del sepolcro del discendente Mutio d’Alessandro (1585) nella chiesa “Ave Gratia Plena” in Marigliano, riporta analoga coloritura così formata: leone in rosso-aureo con banda in nero in campo azzurro(8). La permanenza dell’azzurro si riscontra poi nello stemma del ramo di Ascoli Satriano, mentre gli altri attributi sono confermati nel ramo di Montalto Uffugo (CS) e Seminara. (RC)


Marigliano: Chiesa Ave Gratia Plena - Sepolcro Mutio d'Alessandro (1585)



Montalto Uffugo: Stemmi d'Alessandro di Montalto con famiglie imparentate Sacchini e Spadafora




Stemma d’Alessandro con banda trasversale in azzurro (vedi Ascoli Satriano).
Da manoscritto napoletano presso biblioteca tedesca.
(BSB-HSS Cod.icon.279.Insignia Neapolitanorum,Genuensium.Italien Mitte 16.Jh)





Il Leone in Ascoli Satriano

Tale ramo pugliese (con capostipite risalente a fine XVI sec.) si differenzia nel blasone dal patriziato campano dei d’Alessandro per la posizione del leone che guarda a mano destra. Ciò si evince sia negli stemmi marmorei settecenteschi, presenti nella cattedrale di Ascoli Satriano, ove esiste una cappella d’Alessandro, sia in quelli ottocenteschi affrescati del palazzo d’Alessandro nel paese. E’ interessante segnalare, inoltre, che lo stemma (il più antico)della cattedrale presenta la banda sormontante il leone priva delle stelle, a ricordo forse della consuetudine in uso nel passato di tale rappresentazione araldica. Solo in epoca posteriore riappaiono le tre stelle a sei raggi e cioé sia nel palazzo di residenza che nella stessa lunetta commemorativa riposta sopra la stessa cappella della cattedrale. Circa i colori del blasone, immortalati nello scudo dell’androne dell’immobile citato, questi confermano l’azzurro nella banda ed il rosso aureo nella figura del leone. In tale epoca, poi, la famiglia scelse quale motto: Robur et Splendor.
Vi sono, però, altre testimonianze di fine ‘600 ed inizi ‘700, che farebbero ritenere il personaggio cadetto dei d’Alessandro, insediatosi ad Ascoli Satriano, essere di provenienza campana. Difatti, una cassapanca sei-settecentesca del palazzo presenta lo stemma intarsiato ufficiale del ramo partenopeo (leone che guarda a man sinistra e stelle), nonché stesso blasone in marmo campeggia sul sepolcro seicentesco di Francesco ab Alexandro della chiesa di S.Giovanni in Ascoli Satriano. Probabilmente, i discendenti, stabilitisi a vivere in detto paese, introdussero la variazione accennata nel loro blasone per differenziarsi dal ceppo familiare originario.



Ascoli Satriano: Palazzo d'Alessandro e Duomo in Ascoli Satriano (sec. XVIII)



IL LEONE NEL PATRIZIATO PARTENOPEO DEI d’ALESSANDRO: sec.XVI-XVIII

Il Leone a Napoli

L’insegna araldica del leone (che guarda a man sinistra) con banda, caricata da tre stelle ad otto punte, attraversante è quella rinvenuta nelle tante pubblicazioni nobiliari, nonché sui monumenti presenti in Napoli e riferita al patriziato cittadino di seggio dei d’Alessandro. E’, ad esempio, visibile l’arma di questi d’Alessandro nello scudo marmoreo apposto sui sepolcri del falconiero Jacobutio de Alexandro (1492) nella chiesa di S.Pietro Martire a Napoli, nonché su quello dell’ambasciatore Antonio (1499) in S.Anna dei Lombardi/Monteoliveto. Il numero delle punte delle stelle, pari ad otto, confermerebbe il legame tra Napoli e Sorrento.
Tali caratteristiche del blasone sono, poi, confermate nelle opere del Mazzella(9) o in un antico stemmario(10) del seicento, conservato presso la biblioteca nazionale di Napoli.




Napoli:
Stemma d'Alessandro-de Gennaro Museo S. Martino (1457) - Sepolcro Jacobuccio Chiesa S. Pietro Martire (1492)





Napoli: Sepolcro Antonio d'Alessandro Chiesa S. Anna Monteoliveto (1499)




Il Leone in Castellina sul Biferno

Questo ramo agnatizio principale dei d’Alessandro, con residenza napoletana e godente del patriziato di seggio di Porto, ereditò il patrimonio e la posizione sociale del ramo estintosi di Cardito con il matrimonio tra Maria Giovanna d’Alessandro (figlia di Mercurio) e Giovanni Battista d’Alessandro (17 sett.1595), secondo precise disposizioni testamentarie. Le insegne araldiche dei suddetti d’Alessandro, che acquisirono la baronia molisana della Castellina su Biferno (Castel di Lino/Castellino) nel 1630 dai Di Sangro di Casacalenda, furono identificate dal medesimo leone rosso in campo bianco, attraversato da fascia azzurra (colore di più remota memoria dell’area Sorrentina-Terra di Lavoro) con tre stelle d’oro, come testimoniano taluni documenti d’Archivio (Bibl Na-sez.manoscr.; Archivio SMOM la Valletta). Detto ramo della Castellina ebbe vari esponenti con ruoli governativi e proprietà in Puglia, ove si trapiantò agli inizi del ‘500 la nuova insegna araldica del leone che guarda a mano destra del ramo cadetto di Ascoli Satriano, mantenendo il colore azzurro della fascia trasversale nonché il rosso del leone e l’oro delle stelle (il campo fu pure dorato).





Manoscritto del ‘600. Coll. X A 44 Bibl.Naz.Napoli- Sez.Manoscritti


Prove nob. Amalfitani, 1750 Arch. SMOM Valletta (G.MR. Alberi, n.259)



Il Leone a Pescolanciano

Lo stemma del leone “passante” giunse a Pescolanciano il 6 settembre dell'anno 1576 (o forse 1579), quando tramite Aurelia d'Eboli o secondo altri studiosi la di lei madre Donna Carafa (vedova del barone Andrea d’Eboli), furono venduti a Rita Baldassarre da Roccaraso(o Margherita o Levita Baldassarro con insegne araldiche sovrastanti l’entrata della guardiola), moglie di Giovan Francesco d'Alessandro (unicogenito del cav.D.Gio Lorenzo,governatore di Monopoli), i feudi di Pescolanciano e di Vignali per 10.850 ducati senza patto di retrovendere, con diritti, azioni e dipendenze.
Il blasone dei d’Alessandro, identico a quello patrizio napoletano con unica differenza nel numero delle punte delle stelle (pari a sei),oltre a trovarsi all’entrata del maniero di famiglia, fu collocato in prossimità della cappella, prima, chiesa, dopo, del paese dedicata al Santo Salvatore, già agli inizi del XVII sec.
In seguito con l’acquisizione della prima baronia di Carovilli e Castiglione ,il 28 maggio 1619, ad opera del terzo barone Gio.Gerolamo d’Alessandro il blasone del leone apparve in detto paese, presso il ponte di accesso al paese (andato perso nel recente dopoguerra), nonché presso l’altare principale della chiesa parrocchiale locale di S.Maria Assunta.Il barone Gio.Gerolamo volle ripristinare l’uso della stella ad otto punte per confermare il legame del ramo Pescolanciano al patriziato dei d’Alessandro, nobili del seggio di Porto in Napoli, in un’poca di viceregno spagnolo ove la regolamentazione delle aggregazioni nobiliari ai sedili divenne più difficile e selettiva. Nel corso del seicento, vennero pubblicati da vari studiosi trattati sulla nobiltà napoletana, come il citato Mazzella, il Torelli, il Borelli, il Contarino(11) etc., che confermavano l’appartenenza o meno dei nobili del viceregno alla classe del patriziato capitolino partenopeo. Nel 1654 l’insegna baronale dei d’Alessandro di Pescolanciano si arricchì della corona ducale, grazie al riconoscimento di detto titolo da parte del re Filippo IV di Spagna(12) al sesto barone Fabio Jr., che fece riporre il nuovo stemma sul ponte levatoio del castello. Con il perfezionarsi della disciplina araldica nel corso di fine seicento e del settecento, le regole dei quarti di nobiltà spinse Casa d’Alessandro di Pescolanciano, nel corso di tale periodo, a combinare matrimoni importanti con altre illustri famiglie aristocratiche del regno. Si rinvengono, così, nel castello e nei palazzi delle terre baronali insegne inquartate dei vari parentadi acquisiti. Lo stemma dei duchi d’Alessandro fu, pertanto, rappresentato nel sei-settecento quasi sempre con quello delle rispettive consorti. Stemmi in pietra si trovano nel cortile del castello (blasone d’Alessandro-Toledo-Marchesani) o sulla cappella cimiteriale (d’Alessandro-Toledo-Catromediano), nonché il grande ovale in legno, sovrastante la cappella ducale (d’Alessandro-Toledo-Tortelli-Castromediano-Spinelli-Ruffo Scilla), quello marmoreo degli altari della stessa cappella ducale (d’Alessandro-Spinelli) o in pietra sul palazzo baronale di Carovilli (d’Alessandro-Ruffo Scilla). Il ramo ducale dei d’Alessandro Pescolanciano lasciò,poi, tracce della propria insegna araldica nei vari feudi (casina di Sprondasino, Civitanova, Duronia etc) ed a Napoli nei vari palazzi (piazza S.Ferdinando, via S.Lucia, piazza S.Nazzaro, corso Vittorio Emanuele). Nel 1880 in occasione della citata pubblicazione del De Daugnon, fu ripresentato una nuova rappresentazione del blasone di famiglia giunta fino ai nostri giorni.




Stemma d’Alessandro Pescolanciano,
da FF De Daugnon, La Ducal Casa dei d’Alessandro patrizi napoletani, 1880.



Pescolanciano: d'Alessandro Pescolanciano-Baldassarre (1576) - Entrata guardiola




Pescolanciano: Chiesa S.Salvatore (sec. XVII) - Carovilli: Chiesa S. Maria Assunta (fine sec. XVII)




Pescolanciano:
Entrata Castello d'Alessandro (1654) - d'Alessandro-Spinelli Altare Cappella Castello d'Alessandro(1778)





d'Alessandro Pescolanciano-Ruffo Scilla Anticappella Pescolanciano - Palazzo d'Alessandro a Carovilli (1810)




Sprondasino (IS): Casina d'Alessandro (sec. XIX) - Palazzo d'Alessandro-Tortelli P.zza S. Nazzaro Napoli (sec.XVIII)




Cappella d'Alessandro Cimitero Pescolanciano




Libro de Daugnon (1880)




Torelli: Splendore della Nobilta' Napoletana (1678) - Mappa Duca Noia (1757)




Stemmario (1600) con particolare - Stemma d'Alessandro con famiglie imparentate


Manoscritto del 1639, autore ignoto. Collocazione Biblioteca Nazionale di Napoli
Sezione Manoscritti e Rari.



Blasoni d'Alessandro-Ruffo (sec.XIX) - Appunti familiari sullo Stemma



L’iconografia araldica del blasone d’Alessandro(13)

Lo scudo ufficiale dei d’Alessandro si presenta in forma “interzato in banda”, diviso da due diagonali partenti dal “cantone destro del capo” al “cantone sinistro della punta”. Diversamente, nello scudo dei d’Alessandro di Ascoli Satriano, la “banda” è sostituita dalla “sbarra”, con posizione all’opposto (“interzato in sbarra”).
Circa lo smalto dello scudo, si ipotizza che il colore iniziale delle prime insegne familiari fosse l’azzurro, come lo si ritrova negli accennati documenti iconografici dei rami di Sorrento e Marigliano.Tale colore, che simboleggia l’elevazione celeste, la gloria, la fama e santità, era molto diffuso in Francia, specie in epoca carolingia, nonché fu alquanto utilizzato nel basso medioevo da quei feudatari di parte guelfa, legati all’impero. Successivamente, in epoca rinascimentale, l’arma dei d’Alessandro si colorò di oro, quale simbolo del Sole, della ricchezza e del comando. Detto colore, talvolta, è stato sostituito dal giallo.
L’elmo compare sui noti stemmi dei d’Alessandro tra fine settecento ed inizi ottocento, come nel caso dei rami di Marigliano e Pescolanciano. Posto in cima allo scudo, quale elemento di identificazione dello status nobiliare, l’elmo ducale dei Pescolanciano si presenta d’oro e posto di fronte con visiera metà alzata e gorgieretta (collana dell’elmo) d’oro.Una corona ducale, posta al di sopra dell’elmo, è rappresentata cimata da otto fioroni d’oro, di cui cinque visibili.
Nel sei-settecento, lo scudo dei d’Alessandro di Pescolanciano risultò essere sormontato dalla sola corona ducale, mentre altre rappresentazioni ottocentesche lo ritraggono nel “manto” ed avente nel “colmo” la corona (“manto movente dalla corona”).
Il blasone di Casa d’Alessandro, con suo motto “TE SINE QUID MOLIAR”, fu depositato presso gli uffici della ex Consulta Araldica dai primi del novecento, nonché nelle commissioni locali campane. Dal 8 marzo 1922 è stato reso ufficiale presso tutti gli organismi araldici e rispettive pubblicazioni (LIBRO D’ORO,ANNUARIO etc).


Il Cavallo a Catania

Altra insegna dei d’Alessandro di Catania risulterebbe “di oro al cavallo bucefalo corrente di nero”(14). Circa taluni spunti genealogici su detto ramo, i citati autori sostengono che il capostipite fosse un Guglielmo Alessandri, che fu ascritto nella maestria dei nobili, ottenendo da re Alfonso d’Aragona il feudo della Giarretta. Secondo lo studioso Galluppi(15) tale ramo risulterebbe aver origine napoletana, confondendosi per il cognome o con il patriziato partenopeo di seggio ivi residente o riferendosi al periodo di soggiorno del capostipite in detta città. Difatti,da una ricerca sulla famiglia Alessandri di Firenze, che seguì a quella degli Albizzi nel 1372 per un cambio di nome voluto da Maso Albizzi per i figli Alessandro e Bartolomeo(16), si rinviene un Antonio che ebbe nel XIV sec. circa dieci figli.Tra questi risulta un Guglielmo, nato il 10 gennaio 1467, di cui si rinvengono le seguenti notizie. Visse per un certo periodo in Napoli, trasferitosi in Sicilia ottenne il riconoscimento baronale da re Alfonso con il possesso del feudo della Giarretta. Sposò nel 1502 Lucrezia Bonciani da cui ebbe prole che lasciò a vivere in Catania, mentre il suddetto Guglielmo rientrò in Toscana, ove coprì la carica di potestà dell’Impruneta (1504), di vicario di S.Giovanni Valdarno (1506).Tra i sedici gonfalonieri nel 1507 divenne anche priore nel 1516, tanto da ottenere da papa Leone X, in occasione del suo passaggio in Firenze, il riconoscimento di conte Palatino.Capitano di Castrocaro nel 1512 e Volterra nel 1514, morì in Pistoia nel 1517. Il Mango di Castelgerardo segnala, poi, l’esistenza di taluni esponenti, vissuti in sicilia nel corso dei secoli.E’ esistito un Bonsignore, senatore di Messina nel 1473, un Filippo che, con privilegio dato il 17 dicembre 1681, ottenne il titolo di conte di S.Adriano. Secondo lo stesso studioso, detto ramo ottenne anche le baronie di Mangalività e Butti, poi passate ai baroni di Spataro.




d'Alessandro Catania


Una azzardata ipotesi circa l’origine di questo blasone apparve sulla rivista araldica “Il Patriziato” (anno VI,n.9) del settembre 1903. L’autore, lo studioso prof.Fernando Lugaro-Tarantino, pubblicò il saggio intitolato “Famiglia d’Alessandro di Pescolanciano, Origine dello stemma”, in cui dimostrò che il blasone di questo Casato fu inizialmente rappresentato dal “cavallo bucefalo nero, corrente in campo d’oro con un corno d’argento in fronte” (p.485). Secondo il suddetto “mito araldico” il blasone d’Alessandro fu così concepito, per ricordare l’origine ellenico-bizantina della famiglia che talune antiche fonti storiche ritengono collegata all’illustre discendenza del re Alessandro Magno. Difatti, il bucefalo impresso nell’arme dei d’Alessandro si ispirò al destriero antropofago dell’imperatore Alessandro, da lui cavalcato per circa trent’anni. Secondo quanto narrò lo storico Arriano ( F.Ripamonti, Storia delle Indie Orientali, T.I°, Milano 1825 p.102) il cavallo “morì quivi di vecchiezza, essendo presso che di trent’anni”. Altri narratori sostennero che “la forma della testa di questo animale si rassomigliasse a quella d’un bue, onde ne ricevette il suddetto nome, altri invece pensarono che questo cavallo fosse tutto nero con una macchia bianca sul fronte simile a quella che alcune volte si vede nella fronte dei buoi” (op.cit.p.103). Con la morte dell’equino, l’imperatore “ne volle portare l’effige come insegna nel proprio scudo”. I di lui eredi diretti, Alessandro e Filippo, nonché quelli indiretti continuarono poi a far uso dell’immagine del cavallo bucefalo che probabilmente risultò adottato anche dai successivi imperatori di Bisanzio della famiglia dei Macedoni,tra l’867 ed il 1025 d.C. Tra costoro, secondo l’anzidetto Tarantino, vi fu Leone di Basilio I (890 d.C.) che volle come arma imperiale il “leone rosso”, per simboleggiare la di lui persona vestita “della porpora imperiale”, in campo d’oro, quale “trono di Costantinopoli dove egli stava assiso”. Basilio II (958-1025 d.C.) ordinò l’adozione dell’insegna inquartata del leone rampante e del cavallo bucefalo per rimarcare l’antica origine imperiale della stirpe dei Macedoni. Estintosi il ramo principale di detta famiglia, un ramo cadetto si rifugiò in Germania agli inizi dell’XI° secolo, da cui derivò la discendenza di quegli esponenti (Guido Alessandro, Altomone di Ugone Alessandro) trasferitisi in Firenze e poi nelle terre bizantine dell’Italia Meridionale (Guidone di Guido).La tesi dello studioso si concluse dimostrando che il simbolo del leone con banda e stelle rimase dal XII secolo prerogativa del blasone del ramo principale campano, mentre il cavallo bucefalo continuò ad essere utilizzato dal ramo siciliano. Recentemente,però, è stata individuata una figura di cavallo scolpita nella pietra dell’arco di entrata del palazzetto settecentesco, di proprietà della famiglia d’Alessandro di Domicella (Nola) che ivi risiedono dai tempi del loro ascendente Nicola d’Alessandro (1735-1825). Costui si coniugò con Laura Nunziata (1735-1825), dalla quale ebbe i figli Saverio (1773-1829), Filippo (1766-1818) e Domenico (17?-1849) e successive discendenze. Infine,necessita accennare alla casuale coincidenza della presenza di una testa di cavallo nello stemma ovale dei d’Alessandro di Pescolanciano, in cui sono rappresentate le armi delle varie famiglie imparentate, collocato sopra l’entrata della cappella ducale del castello e realizzato ai tempi del matrimonio tra il duca Nicola M.II d’Alessandro e Donna Aurora Ruffo dei principi Scilla di Calabria (1810).




Rivista "Il Patriziato" del Settembre 1903 con articolo sul blasone D'Alessandro




Domicella (Nola): Palazzo D'Alessandro
Pietra dell'arco di ingresso al Palazzo




Note:

1.Nel suo significato negativo, detto animale ha anche simboleggiato, a detta di vari esoterici, l’istinto non domato di possedere tutto quello che cade sotto i sensi, causa la superbia onnipotente padrona delle tenebre. Difatti, lo stesso poeta Dante Alighieri attribuisce, nella sua opera la Divina Commedia, al leone o “fiera” l’interpretazione allegorica della superbia, quando utilizza detta immagine per rappresentare l’imperatore di Francia

2.Roccagloriosa fu terra feudale appartenuta nel XI sec. ad alcuni signori normanni, quale Leone e Leo

3.La chiesa, sorta come cappella dedicata al Santo Spirito sui resti di un’antica chiesetta di rito greco (S.Nicola), risulterebbe fondata nel 1396, mentre il fabbricato attiguo, nel cui cortile trovasi il citato pozzo, fu un ospedale più remoto. Detto edificio si estendeva fino all’ex palazzo della Commenda di S.Giovanni in Fonte, la cui origine risale al 1101 per volere del principe normanno Ruggero I, il cui discendente Guglielmo II -detto “il Buono”- riunì nel 1187 i baroni del regno (tra cui Guido d’Alessandro) per combattere in Terra Santa (terza crociata:1189-1192), come documentato dal Borrelli nel suo “Catalogo dei Baroni”(Cfr.C.Borrelli, Catalogus Baronum, Napoli 1653). La Commenda di S.Giovanni fu, poi, spostata presso l’attuale chiesa parrocchiale, donata all’Ordine di Malta (tenuta fino a metà del XVI sec.) forse con il consueto passaggio dei beni patrimoniali dell’Ordine del Tempio, all’indomani della sua soppressione. L’ipotesi che detta area sacra con annessi fosse stata tenuta,in precedenza, da una Commenda Templare potrebbe anche poggiare sul fatto che la chiesa parrocchiale sorse sulla leggendaria “cella” di San Nilo da Rossano, monaco fedele alla regola di S.Basilio (cara ai cavalieri del Tempio) con i suoi discepoli Stefano e Giorgio (cfr.A.Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, Salerno,1986)

4.Cfr. P.Ferraiuolo, La chiesa Sorrentina e i suoi Pastori, Sorrento,1991

5.Cfr.F.Ughello, Italia Sacra sive De Episcopis.., Napoli 1721

6.Cfr.V.Donnorso, Memorie storiche della fedelissima ed antica città di Sorrento, Diviso in tre libri.., Napoli, 1740,p.192;Furcherini,Bibliografia della Penisola Sorrentina, tratta da Storia di Sorrento nel Medioevo con notizie sulle chiese e famiglie nobili sorrentine; C.Molignano, Descrizione dell’Origine,sito e famiglie della città di Sorrento, Chieti, 1607. Tra gli esponenti di spicco del ramo si ricorda il giudice Saverio ab Alexandro del 1304

7.Notizie d’alcune famiglie popolari della città e regno di Napoli divenute per ricchezza o dignità riguardevoli,d’incerto autore, Napoli, 1693

8.Uno stemma posteriore sette-ottocentesco dei Marigliano (androne palazzo d’Alessandro) ripropone il colore giallo-oro del campo, simile al blasone ufficiale dei patrizi d’Alessandro

9.Cfr. S.Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli..,Napoli,1601

10.Stemmario seicentesco di autore ignoto, presso Bibl.Naz.Napoli, coll.X.A.42

11.C.Torelli, Lo splendore della nobiltà napoletana,Napoli, 1678;L.Contarino, La nobiltà di Napoli, Napoli,1680

12.Cfr.LL.De Daugnon,La Ducal Casa dei d’Alessandro, Milano, 1880

13.Cfr. N.Della Monica, Introduzione all’iconografia araldica, Napoli, 1998; F. Di Montauto, Manuale di Araldica, Firenze, 1999

14.Numerosi sono gli araldisti che segnalano detto blasone con rispettiva famiglia:F.Mugnos, Teatro genealogico delle famiglie nobili del fidelissimo Regno di Sicilia, Palermo, 1647,p.42;C.Padiglione, Trenta centurie di Armi Gentilizie,Napoli,1914; A.Mango di Castelgerardo, Nobiliario di Sicilia,Vol.I (A-M),ristampa Forni,Bologna, 1970,p.51;A.M.G.Scorza,Enciclopedia araldica italiana,Vol.26,Genova,1973,p.83; Il Blasone in Sicilia.Ossia raccolta araldica.Ristampa Franco Amato Edit.,Catania,1988

15.G.Galluppi, Nobiliario della città di Messina, Napoli 1877 e Dizionario delle Famiglie nobili siciliane.

16.Presero l’insegna della “pecora di argento con due teste in campo azzurro”.


Si ringrazia in particolare l'amico Pasquale Cavallo per la gentile collaborazione fotografica e ricerche storiche.