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LA VILLA DI MERGELLINA
e la Tomba di Virgilio in Napoli


Altra proprietà immobiliare di Casa d’Alessandro Pescolanciano in Napoli fu la villa/masseria con relativo fondo rustico nella zona di Mergellina (così chiamata “dal continuo guizzar de’pesci su l’onde,che poi si sommergono”), ove esisteva la famosa proprietà del Sannazzaro.

Il casale d’Alessandro ed il sepolcro di Virgilio

Questo antico casale cinquecentesco, contornato da un vasto appezzo di terreno coltivato, era collocato nei pressi dell’antica grotta (oggi piazza S.Nazzaro) attraversante la collina detta “Patulejo” o “Patulco”, a detta del Pontano e Sannazzaro (che così menzionò il luogo: ”Tuque o mihi culta Patulci.Prima adsis, primosque mihi Dea collige flores. Impleat et socios tecum Antiniana quasillos”. L.D’Afflitto, Guida per i curiosi e per i viaggiatori. Napoli 1834,p.121) in località Mergellina. Detta area occidentale di Napoli, adiacente la suddetta grotta (Crypta Neapolitana), viene ricordata da Gio. Villani nella sua Cronica del 1526 quale territorio acquitrinoso, con “aria malsana” ed abitato da cicale e sanguisughe sin dai tempi della Roma imperiale. Era ivi collocata la nota villa Patulco (dal nome della divinità celebrata in zona) con suo podere, che appartenne al famoso poeta mantovano, Publio Virgilio Marone, che attestò avervi composto le sue opere Bucoliche,Georgiche e parte dell’Eneide. Costui morendo in Brindisi, dopo un viaggio di ritorno dalla Grecia, nel 19 a.C., lasciò, quale sua ultima volontà testamentaria, disposizione di essere sepolto presso la suddetta amata dimora partenopea, già di Sirone. E’ così giunto fino ai nostri giorni un “colombario”, di età augustea, collocato su una piccola rupe ai piedi della collina tufacea di Posillipo (“Pausilypon”, denominazione che “in nostra lingua suona , cessazione della tristezza dell’animo”.R.Paolini, Memorie sui monumenti di antichità e di belle arti…,Napoli 1812,p.169), che le cronache storiche di illustri scrittori (in primis il Petrarca che così lo rammenta:
”Sub finem fusci tramitis ubi primo videri caelum incipit,in aggere edito ipsius Virgilii bustavisuntur per vetusti operis” identificano nel sepolcro di Virgilio.
Il citato Villani nelle “Croniche” (cap.28) ribadisce che Virgilio “fo sepelito in quello locho dove si chiama Sancta Maria de pedi Grotta, in una sepoltura ad uno picciolo tempio quadratore con quattro cantoni fabricati de tigole sotto ad uno marmore scripto”.La tomba si presenta a fabbrica rotonda, con due entrate, un basamento cubico e tamburo cilindrico superiore, nonché volte a botte. Detta camera sepolcrale,”larga diciassette ed alta sedici palmi”(in realtà 100-150 palmi), era poi illuminata da tre feritoie e disponeva di dieci nicchie, poste lungo le pareti, ospitanti le urne funerarie. Varie personalità della cultura descrissero nelle loro note biografiche e poetiche, nel corso dei secoli, il paesaggio naturale circostante il colombario con la sua macchia di pruni, arbusti ed edere nonché un folto cespuglio d’alloro.Tra i primi cultori, appassionati al luogo, il poeta Silio Italico, Console di Roma nel 68 dC, che acquisì la proprietà.”Egli ogni giorno visitava il sepolcro di Marone, adorando le fredde di lui ceneri come fatto avrebbe di un Nume”(L.D’Afflitto,op.cit.p.121), come testimoniò il Mazziale: “Silius haec magni celebrat monumenta Maronis Jugera facundi qui Ciceronis habet”.Papirio Stazio, poeta amico di Domiziano “solea sedere sopra i gradini del monumento, e godea di accompagnare con la lira i versi che i mani del suo eccelso maestro avevano saputo ispirargli”.”Dotti uomini”, come Fabio Giordano, Scipione Mazzella, Geronimo Colonna, Tommaso Costo,D.Paolo Portarello, oltre a Dante,Boccaccio,Petrarca e il Pontano, i quali si recarono in visita della tomba “vi trovarono l’interne pareti coperte di marmi, e nel mezzo un piedistallo di marmo con quattro colonnette (secondo alcune fonti erano nove a simboleggiare il numero delle muse) medesimamente in marmo bianco le quali sostenevano un’urna” (S.Volpicella, Storia dei monumenti del Reame delle Due Sicilie, T.2,Napoli 1847 in Principali edifici della città di Napoli,p.93). Tale urna,parimente di marmo, con le ceneri di Virgilio, secondo vari storici (Celano, Capaccio etc), fu fatta trasferire, su ordine di re Roberto d’Angiò, presso il Castel dell’Ovo nel XIV secolo, al fine di metterla in sicurezza dal passaggio dei diversi visitatori e viandanti, incuriositi ed appassionati del luogo e sua storia (“per sottrarle alla profanazione del fanatismo e dell’ignoranza”). Fu altrettanto decantato e menzionato nei resoconti accademici la pianta di lauro, cresciuta sopra il sepolcro (“le cui radici s’erano tra le pietre profondate ne’ muri”, scrisse il Volpicella), e da cui i vari dotti attingevano il fogliame per un’ispirazione poetica. La tomba era posizionata lungo la via Puteolana, strada extra-urbana in direzione di Pozzuoli, ove in epoca romana vi si edificavano costruzioni funerarie e templi dedicati alla venerazione della divinità pagana del sole, Mitra.Pertanto, questa zona rimase alquanto accreditata nelle credenze popolari come località tetra e dai caratteri magici.Infine, fu osservato che il dislivello del sepolcro rispetto al fondo stradale fu frutto di lavori di sbassamento, ordinati dal re Alfonso d’Aragona nella prima metà del XV secolo.In merito, fu annotato che “ il tempietto o sepolcro di Virgilio Marone…non era in quei tempi su quella sterminata altezza della Montagna;…ma allora ne stava di poco lontano dalla strada, posta appresso alla bocca antica della spelonca, che portava da Napoli a Pozzuoli; la quale per posizion di sito era tutt’alta e discendente verso Chiaia; ed in conseguenza al piede giungevano i flutti delle acque del mare”(Soc.Storia Patria,Archivio Storico per le Province Napoletane,An.XIII Fas.III,Napoli 1888 p.677).”E’ a sapersi però che il pavimento del sepolcro, come anco l’ingresso, che prima vi era per l’antica sua porta opposta alla presente apertura, corrispondevano e trovavansi nello stesso livello del piano dell’antica via della grotta”.
Il podere, circondante il suddetto sepolcro, con sua masseria entrò nel patrimonio dei d’Alessandro di Pescolanciano per il tramite dell’eredità di un matrimonio con una nobildonna di Casa Amendola. Difatti, una fonte storica (C. Celano, Notizie del Bello dell’Antico e del Curioso…Napoli 1860, p.592; L. Barba, Il parco Virgiliano a Piedigrotta e la tomba di Virigilio, in AA. VV. Il Parco e la tomba di Virgilio, Soprint. Beni Archit., 1999, p.22) riferisce che detta proprietà fu concessa in enfiteusi (lo conferma anche G.B.Chiarini,Notizie del bello dell’antico e del curioso della città di Napoli, Napoli 1800,p.592 asserendo “si saliva a vedere il sepolcro di Virgilio; ma perché i padri han conceduto ad annuo canone quel territorio alla Duchessa di Pescolanciano, come si dirà non vi si può salire”) dai padri Lateranensi della locale chiesa di S.Maria a Piedigrotta, intestatari del cespite dal XIII secolo, alla duchessa di Pescolanciano, D.Isabella Amendola nel 1662. Costei, figlia primogenita del presidente della Regia Camera della Sommaria e Regio Consigliere Gio.Battista Amendola (originari di Pescopagano), maritò (2 gennaio 1653) il primo duca di Pescolanciano, D.Fabio Jr. d’Alessandro. In precedenza, 1653, risulta la proprietà affittata, per volere del priore D.Ottavio Capomazza, a Giuseppe Vitale, il quale fece costruirvi un muro perimetrale in pietra. Essendo un’area fertile e fruttifera di ottimi prodotti agricoli, nonché ormai famosa per l’illustre presenza sepolcrale, tanto da essere ambita già dai tempi di Roma (il poeta Silio Italico fu tra i primi proprietari ad acquistarla), questa proprietà finì per essere riscattata dalla medesima duchessa. Difatti, la “masseria sita a Mergeglino” risultò, come da annotazioni testamentarie di D.Isabella (1690) a favore del secondo figlio legittimo e naturale duca Gio.Giuseppe d’Alessandro (il primogenito Geronimo/Gerolamo era morto), essere stata comprata “subhasta del Sacro Regio Consiglio”. L’acquisizione avvenne “dal patrimonio delli Eschilles nella banca al presente di Rubino che fu di Scacciavino,appresso lo scrivano Giovanni Gallo e parte comprata prima dalli Iovene, come per istrumento per notar Antonio Aniello Empoli e viene enunciato detto istrumento nell’istromento dell’affrancazione del cenzo che si dovea sopra detta massaria al monastero di Piedigrotta per il quondam notar Giuseppe delle Donne” (A.S.N. Notai del Seicento, Francesco Ruggiero di Napoli, scheda 1225, Prot.52,f.412 r). Il Volpicella, come tanti altri studiosi, non conoscendo tutti questi particolari sui passaggi proprietari, si limitò a riferire sulla acquisizione, quanto segue: “Girolamo d’Alessandro duca di Pescolanciano, la cui Casa era succeduta ai canonici Regolari nel possedimento di sì famoso sepolcro, fece l’anno 1684…”(S.Volpicella,op.cit.p.93).Vi è, invece, nota dello studioso Cocchia (E.Cocchia, Saggi Filosofici, 1902, p.233) in cui si accenna al passaggio del sepolcro con sua proprietà dalla famiglia Vitale ai duchi di Pescolanciano. Del resto, vi fu testimonianza di lapide in cui si riscontra la proprietà del sepolcro ceduta dai Canonici Regolari Lateranensi al sig.Giuseppe Vitale nel 1643: “Maronis Urnam, cum adiacenti monticulo extensaque ad cripta planitie modiorum trium cum dimidio circuite, Urbano VIII annuente ac Reverendissimo D.Gregorio Peccerillo, Vicario Neapolitano una cum admodum Reverendo D.Io.Vincentio Iovene, Canonico Cimiliarca Neapolitanae Archiepiscopalis, delegatis exequntoribus, anno addicto censu duc. 52, Domino Iosepho Vitale, eiusque in aevum successoribus Canonici Regulares Lateranenses concessere anno salutis 1643”(Storia Patria, op.cit.,p.723).
Il primogenito di D.Isabella, D.Geronimo/Girolamo d’Alessandro di Pescolanciano (n.1639/40+18 apr 1689), quale erede del patrimonio materno e già secondo duca alla data di morte del padre (1674-76), si mostrò alquanto interessato al sito virgiliano. Costui, tra l’altro, maritò una Tortelli (famiglia imparentata con gli Amendola) il 10 dicembre 1665 consolidando altre eredità con detta famiglia, che poi furono assimilate nel patrimonio dei Pescolanciano. Non ebbe figli e si dedicò alle passioni poetiche, tra cui gli studi classici, divenendo grande estimatore del medesimo poeta Virgilio e suoi capolavori culturali, quali l’Eneide.Fu, così, attratto dall’area sepolcrale di colui che fu l’allegoria dantesca della “ragione umana”, oltre ad essere modello di insegnamento di vita e di arte, per mezzo della cui guida Enea riuscì ad attraversare l’Averno ed il sommo poeta fiorentino l’oltretomba nella Divina Commedia. Ciò spiega i suoi interessamenti ad una significativa ristrutturazione della tomba Virgiliana e riassetto dell’area limitrofa. Da risultanze contabili d’archivio, difatti, si rinviene una serie di interventi per il consolidamento della volta pericolante del sepolcro, alla ripulitura dei muri interni con sistemazione degli intonaci, in data 1683. Una raffigurazione dell’epoca del sepolcro è l’incisione seicentesca di Antonio Bulifon, che vi impresse parole di encomio per il duca Geronimo: “All’eccellentissimo signore don Girolamo d’Alessandro duca di Pescolanciano. Hebbe sempre fortuna il virgiliano sepolcro di esser posseduto da nobili e virtuosi. Stazio e Silio Italico l’hebbero un tempo; hoggi, essendo dell’Eccellenza vostra, che l’erudizione e’l genio ha d’ambedue, con dar bene questo disegno,le ne fo una ossequiosa restituzione”.Lo stesso si preoccupò della battitura del sentiero che portava al sepolcro e partiva dalla villa familiare. Infine, fece risistemare il muro perimetrale della proprietà fondiaria, onde evitare l’intrusione di curiosi visitatori. E’ poi noto da pubblicazioni storiche che il medesimo Geronimo fece rifare una lapide di marmo, nel 1684,con inciso l’enunciato distico dell’antico epitaffio smarrito (dal 1326), scritto di pugno dal Virgilio. Lo scrittore Pompeo Sarnelli, contemporaneo al detto duca d’Alessandro, così testimoniò l’iniziativa nella sua opera “Guida de’Forestieri..”, edita a Napoli nel 1688: “Hoggi si è messa una nuova lapide, contenente l’antico distico de sepolcro di Virgilio, da D.Girolamo d’Alessandro Duca di Pescolanciano ed è la seguente:

MANTUA ME GENUIT, CALABRI RAPUERE,
TENET NUC PARTHENOPE,
CECINI PASCUA, RURA,DUCES
D.Hieronymus de Alexandro Dux Pescolanciani,
Huius Tumuli Heres
P.Anno 1684
(P.Sarnelli, op.cit. ,p.423).Tradotto nella sua prima parte: “Me, che in Mantua sentii batter le vene, Ed in Calabria chiusi al sol le luci, Or Partenope tiene; Me che cantai pascoli, campi e duci” (S.Volpicella,op.cit.,p.92).

Altri distici risultarono presenti in loco, come da testimonianze storiche (P. Sarnelli, op.cit., pp.420-21), quale quello sullo stato del mausoleo:
(“Quod discissus tumulus: quod fracta sit Urnas quid inde? Sat celebrislocus nomine Vatis erit”)
o del Vicerè D.Pietro A. d’Aragona:
(“Virgilii Maronis super hanc rupem superstiti tumulo, sponte enatis lauris coronato sic jusit Arago..”) ed infine quello cinquecentesco dei canonic:i (“Qui cineres Tumuli haec vestigia, conditur olim ille hoc qui cecinit Pascua, Rura, Duces Can. Reg. MDLIII”; A.De Jorio Guida di Pozzuoli e Contorni, Napoli 1822, p.6).
Il suddetto Sarnelli descrisse anche nei particolari la via di accesso al sito e come poterlo visitare in quell’epoca, confermando il non libero accesso alla tomba, se non attraverso la proprietà d’Alessandro. Queste le parole: “Ed invero chi non ha guida per questo, no’l ritrova, perciocché appena si vede da chi esce dalla Grotta, per la bocca, che riguarda Napoli; e quindi la rupe è inaccessibile; per ritrovarlo bisogna andare dalla salita, che conduce a S.Antonio di Pausilipo, ed entrare nel primo Casino, che a man diritta si ritrova, ch’è del Signor Don Girolamo d’Alessandro Duca di Pescolanciano; quindi si entra nella Villa su’l Monte, il quale per angusto, ma comodo sentiero si circonda, e così giugnesi su la bocca della Grotta, dov’è l’accennato sepolcro”(P.Sarnelli, op,cit.,p.418). Il Parrino (A.Parrino, Nuova Guida de’Forestieri..,Napoli 1725,p.230) pure confermò l’accesso al sepolcro “proprio nella casa del Duca di Pescolanciano, il quale ha fatto rifare il marmo, e mettervi il Distico antico”.

Questo luogo monumentale, quindi, fu valorizzato dai d’Alessandro, in quanto ormai mèta simbolica delle variegate personalità culturali di paesi anche lontani ( da Pietro De Stefano, metà ‘500, ad Alfonso d’Eredia, vescovo d’Ariano, il Villani, il Summonte nel ‘600 etc), con molti dei quali si instaurarono amichevoli rapporti. Difatti, il duca poeta Gio.Giuseppe d’Alessandro di Pescolanciano, secondo fratello di Geronimo, curò molte di tali amicizie accademiche, nate anche da simile prerogativa possessoria della suddetta proprietà. Il noto duca Gio.Giuseppe d’Alessandro (n.1656+1729), di certo, subì l’ispirazione poetica del sepolcro virgiliano, in quanto coronò la sua vita nelle opere culturali e nel mecenatismo verso il mondo accademico ed artistico. Tra i suoi principali componimenti tecnico-poetici si annovera il trattato ippico-cavalleresco “Pietra Paragone de’Cavalieri”, edito in Napoli nel 1711. L’opera, ristampata poi dal figlio Ettore(n.1694+1741), con il titolo “Opera di D.Giuseppe d’Alessandro Duca di Pescolanciano divisa in cinque libri” nel 1723, riporta “l’Epigramma di Virgilio tradotta in Italiano”, a cui si raffronta quale autore dei “carmi” con gloria ed onore.Nei versi si ravvede un riferimento ai cultori del poeta, visitatori del sepolcro (p.572).

Il duca pubblicò altre opere (Selva Poetica,Arpa Morale) e si prodigò nel raccogliere un importante collezione di quadri di pittori famosi nel castello di Pescolanciano (quadreria formata da più di 200 quadri).Anche il di lui primogenito figlio D.Ettore raccolse quella eredità culturale, interessandosi della ristampa dell’opera letterale del duca Gio.Giuseppe, ampliata nei contributi di suo interesse (in particolare gli studi di Gianbattista della Porta).Costui soggiornò, spesso, nel corso della prima metà del ‘700 presso la villa di Piedigrotta-Mergellina e come per suo padre vi organizzò piacevoli festeggiamenti in estate sull’esempio delle feste fatte dal conoscente Gaspar de Haro y Guzman, marchese del Carpio (costui a Mergellina organizzò degli spettacoli sul mare con “giuochi a cavallo di più quadriglie di Cavalieri bizzarramente vestiti, e caccie di Tori all’uso di Spagna”.C.Celano, op.cit.,p.626).



Incisioni ottocentesche dell’entrata della Grotta di Posillipo
Archivio famiglia d’Alessandro (A.f.d.)


Memoria ed incisione della lapide del duca Geronimo, da Sarnelli 1688



Incisione del sepolcro da Rogissart 1705-A.f.d. e
Incisione del sepolcro da Salmon 1750 – A.f.d.


Incisione del sepolcro da Pistolosi 1800- A.f.d. e Incisione pianta sepolcro da Panvini 1818


La Villa-casale d’Alessandro in Mergellina

Detta proprietà immobiliare era già esistente al momento dell’acquisizione a metà ‘600 da parte della duchessa Isabella Amendola d’Alessandro. Secondo taluni studiosi,tra l’altro, sarebbe esistito anche un “casino” agricolo oltre alla villa padronale. Quindi, si componeva di due unità immobiliari, forse adiacenti. La proprietà, comunque, pervenuta ad oggi ed identificata nei beni di Casa d’Alessandro si identifica in un solo unico edificio.
Non si conoscono particolari sull’origine dell’immobile o sua provenienza proprietaria (si potrebbe anche ipotizzare una trasformazione della villa romana Patulco di Virgilio), seppur è chiara la funzione agricola assolta dalla villa con suo podere coltivato. E’ pure comprensibile che la struttura non doveva essere in buone condizioni, tant’è che il citato G.B.Chiarini così scrisse: “Usciti da questa chiesa (S.Maria a Piedigrotta), e calando per l’uscita che va alla marina, nel principio di Mergellina a destra vedesi un casino nuovamente fabbricato dalla già fu Duchessa di Pescolanciano della casa Mendola, oggi de’ suoi figliuoli della casa Alessandro. Sta questo situato nel principio della salita di S.Antonio, che è lo stesso che dire, la solita al monte di Posilipo.Per questo casino si va al sepolcro del gran Poeta Virgilio Marone.Sta questo situato sopra la bocca della Grotta a sinistra quando s’entra”(G.B.Chiarini,op.cit.,p.618). La villa, ristrutturata anche dai figli di D.Isabella, si distribuiva originariamente su due livelli, con sua corte carrozzabile lastricata in pietra.
Dall’antico portale, con stemma dei d’Alessandro, si accedeva alla corte (dove ancora esiste l’insegna degli Amendola), da cui dipartiva la scalinata al piano nobile, mentre l’entrata secondaria adiacente era riservata alla servitù, con stalla e vari magazzini. L’immobile, di certo, era isolato e non attaccato ad altri edifici come nell’attuale conformazione urbanistica. Non è confermata, da documentazione d’archivio familiare, l’ipotesi di innalzamento di altri piani sul finire del ‘700 o inizi ‘800. L’attuale assetto strutturale, con i suoi cinque livelli (compreso ammezzato), è conseguente ai lavori eseguiti dalle successive proprietà, tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900. La proprietà risulta citata tra i beni dell’eredità del duca Gio.Giuseppe d’Alessandro nel 1715, nel seguente modo: “sopra una Casa palaziata con Massaria dimora nova, attaccata a d.Casa primo loco posseduta per esso Sig.Duca Giuseppe, e presentemente per esso sig.Duca D.Ettore, e d.Sig.D.Consalvo suo fratello, sita in questa città di Nap., e proprio nel Borgo di Chiaia” (Arc.Stato Napoli, notai del ‘700, notaio Giuseppe Maddalena, 1715). Su questa casa risultavano gravanti “pesi” per ducati “annui 8 di censo dovuti al Ven.Monastero di Piedigrotta”, ed una “speciale ipoteca” a favore del Monte dei Caracciolo di Torella.




Villa-Palazzo d’Alessandro di Mergellina, Stemma d’Alessandro sul portone d’ingresso e
Stemma Amendola nel cortile del palazzo



Il Palazzo d’Alessandro nell’incisione settecentesca del Bulifon



L’interesse esoterico sul sepolcro di Virgilio

L’area di Mergellina è stata anche luogo d’interesse per certe tradizioni leggendarie, collegate ad eventi magici ed esoterici, che attecchirono sulla fantasia popolare nel corso dei secoli, pur suscitando attenta curiosità per il soprannaturale, presso i cultori delle filosofie settecentesche dei “lumi”. Si verificò,quindi,che,specie nel corso del XVIII secolo, diverse personalità “illuminate”, per approfondire la propria conoscenza mistica o alchemica o la semplice superstizione, si affacciarono in questa zona per visitare anche la tomba di Virgilio.

E’ risaputo che il sommo poeta mantovano, sin dai tempi medioevali, non simboleggiò la sola musa ispiratrice letteraria, bensì gli fu associata l’immagine del “Mago”, come scrisse lo studioso Gio.Villani nella citata sua opera. Inoltre, è nota la sua adesione al “neopitagorismo”, corrente filosofica e magica-religiosa diffusa in Magna Grecia ed a Napoli.
Per queste sue conoscenze tecno-scientifiche fu consultore, presso la locale autorità della Roma imperiale, in ambito dei prodotti di realizzazione di talune importanti opere, quali l’acquedotto ed i pozzi d’acqua in Napoli. La medesima antica grotta (Crypta Neapolitana), secondo la leggenda popolare, si credeva essere stata costruita da Virgilio per agevolare i viandanti diretti o provenienti da Pozzuoli, congegnando il tunnel in modo da essere illuminato dalla luce del sole, onde garantire al luogo sacro la inviolabilità per atti di violenza ed ingiustizia. All’illustre poeta,poi, si attribuì il merito di “aver dissipata l’aria malsana de’ dintorni di Napoli; e l’aver per incanto distrutte le cicale e le sanguisughe nelle acque” (M.Nugnes, Storia del regno di Napoli dall’origine de’suoi primi popoli sino al presente, Napoli 1838,p.126),rendendo salubri i bagni delle acque flegree dalle virtù terapeutiche, donate poi dallo stesso ai poveri della città di Napoli (leggenda vuole che detti bagni furono distrutti dai medici salernitani per gelosia; M.Capasso, Il sepolcro di Virgilio, Napoli 1983,p.26).
Si ritennero,pure, essere da lui realizzate le opere di due teste (maschile-allegra, femminile-triste), fatte installare sulle mura cittadine ai lati di porta Forcella, quale simbolo di presagio per i viandanti. In egual misura “la testa colossale del gran cavallo di bronzo, ch’era altra volta al cortile del Principe di Columbrano ed è ora nel museo Borbonico”(G.Rosetti, La Divina Commedia di Dante Alighieri con comento analitico, Vol.1, London 1826, p. 274) si tramanda essere manufatto Virgiliano. Circa i poteri della statua “s’affermava che gl’infermi cavalli, menati innanzi ad un cavallo di bronzo lavorato dal mago Virgilio, subitamente guarivano” (S.Volpicella, op.cit.,p.90).

Il grande mago-poeta fu sempre presente nelle credenze della popolazione di Posillipo, fatta di pescatori e contadini, anche per il ricordo dei suoi insegnamenti scientifici, che era solito svolgere presso un “palagio situato all’estremità di Posilipo”, i cui ruderi divennero noti come “scuola di Virgilio”. Altra leggenda riguardò il libro di magia, conservato nella tomba del sommo poeta e tanto ricercato dai negromanti, che finì per essere rinvenuto e “studiato nell’opera di Chironte e divenuto esperto in magia” (S.Volpicella, op.cit.,p.90).

Infine, i tetri racconti sui sacrifici umani presso la villa del celebre Vedio Pollione nella “estremità meridionale” della collina di Posillipo, di sicuro, suscitò curiosità tra i citati viaggiatori-visitatori, in cerca anche di quelle “piscine e vivaj” ove costui gettava gli indesiderati come pasto per i pesci ivi allevati. Nel ‘700 si annoverano, così, diverse personalità passanti per tale proprietà dei d’Alessandro per i motivi suddetti, dal conte di Czernicheff, vice grande Ammiraglio di Russia, che colse “un ramo (d’alloro) per conservarlo” e donarlo al “celeberrimo Voltaire” (R.Paolini, op.cit.,pp.168-169), a Sir William Hamilton ambasciatore d’Inghilterra, al pittore Pietro Fabris (V.Jacobacci, Passioni giacobine,Napoli 2003,p.55), al marchese Giambattista Spolverini, 1813, pp.3-4).
Tra i personaggi annoverati dall’allora duca Pasquale M. d’Alessandro (n.1756+1816), noto come il “duca ceramologo” o “l’alchimista”, il filosofo letterato tedesco J.W. Von Goethe (durante il suo soggiorno napoletano tra il febbraio-giugno del 1787, per il tramite dell’amico principe Gaetano Filangieri), il capitano olandese Franc Van der Goes (tra il 1763 ed il 1770), il pittore Joseph Wright of Derby (tra il 1783 ed il 1775) ed altri. Costoro, tra l’altro, figurarono tra gli esponenti di spicco degli “illuminati”, la cui felicità si esprimeva “nel lume delle scienze e nel fuoco delle arti”.L’olandese Van der Goes, difatti, presiedeva la loggia napoletana “Alla Stella” o degli “Zelanti” che si riuniva ogni 27 del mese presso una dimora signorile in via Morvellino di Posillipo.

Tra il 1793 ed il 1796, il letterato Leandro Fernandez de Moratin,viaggiatore in Italia, sostando a Napoli (tra il 27 ottobre 1793 ed il 5 maggio 1794) presso una casa nel borgo di Chiaia, fu accompagnato dal detto duca d’Alessandro a visitare il sepolcro. Costui ricordò nella sua opera “Viaje a Italia” la particolarità di tale luogo simbolico “presente in una vigna recintata, appartenente al Duca di Pescolanciano; si va per sentieri erti e tortuosi…Pare che, architettonicamente, la fabbrica si componesse di due corpi quadrangolari, coperti con una cupola, piana nella parte superiore; dentro si vede una stanza quadrata piccola, chiusa a volta con nicchie nelle pareti; una porta, con una finestra sopra e due feritoie nel tetto”(L.F.de Moratin, Napoli una corte sul mare, Sorrento 1998, p.50).

La proprietà di Mergellina, con il suo sepolcro Virgiliano, rimase dei d’Alessandro di Pescolanciano, fino agli anni ’20 dell’800, allorquando il duca Nicola II (n.1784+1848) realizzò l’obbligata alienazione del patrimonio immobiliare napoletano per sanare la gravosa situazione debitoria del padre duca Pasquale. Tra l’altro, a seguito della vendita, la stessa lapide commemorativa del duca Geronimo fu smontata e portata al castello in Pescolanciano (1822), come da testimonianza anche di taluni storici (lo stesso studioso Mommsen cercò di rintracciarla nel suo soggiorno al castello nel 1846 in qualità di ospite gradito al Casato). Nel 1826 il Palatino ricordò il sepolcro di Virgilio, la cui proprietà risultò ormai passata ad Antonio Coppola (E.Cocchia, Saggi filosofici, Napoli 1902, p.233)




Acquaforte con immagine di Virgilio-A.f.d.
e Opera di Virgilio,”Eneide” 1760-A.d.f.



Incisione sepolcro di Virgilio da Hachewill 1820-A.f.d.
e Incisione sepolcro da Cuciniello 1829- A.f.d.



Incisione sepolcro da Frommel 1840-A.f.d.
e Incisione sepolcro da Audot 1843-A.f.d.



Il sepolcro oggi, esterno e interno



Palazzo Villa di Mergellina nel 1858