Menu a tab - Esempio JavaScript scaricato da HTML.it


Il Blasone La Tradizione Equestre fino al XV secolo La Tradizione Equestre dal XV al XXI secolo L'Ordine Costantiniano L'Ordine di Malta L'Ordine del Tempio L'Ordine della Giara Il Castello di Pescolanciano La Villa di Mergellina Il Palazzo di San Ferdinando Il Palazzo di Santa Lucia Il Palazzo del Corso Vittorio Emanuele Sant'Alessandro Le Ceramiche Personaggi
News Attività









LA CERAMICA DUCALE DI PESCOLANCIANO





Duca Pasquale M. d’Alessandro
il “ceramologo”




Note biografiche sul Duca Pasquale d’Alessandro

9 Giugno 1756 Nascita a Pescolanciano di Pasquale M., figlio di Nicola Maria I° (Senior) d’Alessandro ed Eleonora Castromediano Limburgo Acquaviva d’Aragona.
1764 Rimasto orfano in tenera età, venne inviato a Napoli nel Collegio dei Gesuiti, per prepararne la formazione culturale.
9 Febbraio 1768 Per successione acquisì l’eredità paterna e divenne VI° Duca di Pescolanciano e Barone di Civitanova, Civitavetere, Carovilli, Castiglione.
5 Ottobre 1773 Si unì in matrimonio con Maria Giuseppa Spinelli, dei principi di Cariati e duchi di Seminara, figlia del Princ.Scipione III e Rosa Caracciolo di Martina,(*1761 + Civitanova 8 ott 1805).
1780-1782 Insorsero contese e liti giudiziarie tra il Duca e l’Università di Pescolanciano.
13 Gennaio 1786 Acquistò il Feudo di Pietrabbondante.
24 Dicembre 1787 Ottenne il consenso dal Vescovo di Trivento, Gioacchino Paglione, per la ricomposizione dei resti mortali di S.Alessandro, collocandoli in urna in vetro, nella Cappella Ducale.
1788-93 Fece eseguire lavori di ristrutturazione ed arricchimento della Cappella del Castello con la costruzione di altari in marmo ed arredi sacri preziosi.
1790 Il Vescovo Paglione rilasciò suo benestare al Duca Pasquale per assegnare le reliquie del Martire di S.Felice al feudo di Civitanova e quelle di S.Stefano al feudo di Carovilli.
1790-1795 Iniziata probabilmente tra il 1783-84,ma suffragata da rinvenuta documentazione certa (lettere di assunzione maestranze, note spese sostenute,piatto di portata datato) datata solo a decorrere dal 1790. Seguirono alcuni anni di gestione della Fabbrica di Pescolanciano.Nel “registro dei mandati” di Casa d’Alessandro si è rinvenuta lettera del 28 luglio 1798, con cui si dispone ad un certo Sabbetta lo smantellamento per vendita delle ultime fornaci presenti nelle pertinenze del castello con rispettivi magazzini.
1793 Disputa legale tra il Duca e l’Università di Pescolanciano, che rifiutava di pagare l’affitto della portolania.
1794 Al Duca venne concessa la decorazione della Croce del S.M. Ordine Gerosolimitano.
1797 Lo Zar Paolo I° di Russia e la consorte Maria Theodorowa furono ospitati presso il Palazzo d’Alessandro di Via Nardones, Napoli.
10 Giugno 1798 Un violento incendio mandò in rovina il suddetto Palazzo, sito in Via Nardones-P.zza S.Ferdinando, ad opera di giacobini cospiratori.
Luglio 1798 Invio di supplica a S.M. Re Ferdinando IV° di Borbone, onde ottenere l’autorizzazione a contrarre un debito di ducati 40.000 con Banchi e Monti per il rifacimento del Palazzo gentilizio.
1799 Esplosione di alcune rivolte popolari, fomentate dalle idee giacobine, avvenute nel Contado di Molise. Occupazione anarchica da parte dei cittadini di Pescolanciano delle terre dell’ex feudo Vignali. Legge sulla “ eversione della feudalità”, con conseguente perdita di numerosi diritti per i nobili titolari.
1800 Contesa tra il Duca e l’Università di Pescolanciano in merito ad alcuni diritti feudali e burgensatici (diritto di riscossione della terraggia) in quelle zone.
25 Aprile 1800 Iscrizione della Famiglia d’Alessandro nel Registro delle Famiglie Feudatarie nel Regno di Napoli (solo se in possesso di feudo nobile per almeno un periodo di 200 anni).
26 Luglio 1805 Terremoto della notte di S.Anna nelle terre molisane, con gravi danni subiti anche dal Castello d’Alessandro in Pescolanciano.
1810 Emissione di varie sentenze delle Commissioni Feudali circa le dispute tra diverse Università del Molise (Pescolanciano, Civitanova S., Castel del Giudice) ed il Duca, riguardanti il possesso di terreni e diritti feudali.
1 Novembre 1810 Iscrizione del Duca alla Società Economica della Provincia del Molise, operante per lo sviluppo socio-economico delle aree molisane.
18 Dicembre 1816 Decesso del Duca all’ età di 60 anni ; fu sepolto nella Cappella d’Alessandro della Chiesa di S.Domenico Maggiore.



1813: Conferma diploma di nomina ducale
di re Gioacchino Murat a D. Pasquale d’Alessandro



Stemma d’Alessandro-Spinelli presso la cappella ducale



Supplica della nobiltà per il ritorno del Re, 1799



Note storiche sulla Fabbrica di Ceramiche del Duca d’Alessandro


1780/1783-84 Periodo in cui il Duca Pasquale maturò il progetto d’insediamento di una fabbrica di terraglie nel suo Feudo di Pescolanciano.
1790 Epoca cui risalgono documenti di assunzione di maestranze locali e di spese per il decollo di tale attività (Costo d’investimento pari a circa 60.000 ducati).
1790-91 Sorgono difficoltà organizzative-finanziarie nella gestione dell’avviamento della nascente fabbrica. Il Duca si rese consapevole dell’inesperienza e scarsa professionalità dei fornaciai del luogo, nonché della perdita realizzata di circa 1.000 ducati nei primi anni di vita della fabbrica.
Marzo 1791 Licenziamento di tutte le maestranze occupate ed assunzione di esperti fornaciai, individuati anche in altre regioni, quali: Germiniano Cozzi, fabbricante veneto ; Giovanni Battista Poato, fabbricante triestino; Andrea Marini , P. Russo, G.Scotta, G.Caputo, C.Carolla.
1792 Con successo decolla la produzione di ceramica in Pescolanciano, diffondendosi nel Contado di Molise ed in altre località del Regno Borbonico.
Vengono sfornati pezzi di diverse tipologie: Alberelli da spezierie, Zuppiere con coperchi con frutta colorata, piatti con servizio di oliere etc. (che venivano commercializzati nei vari mercati locali).
1791-93 Inizia la produzione più ‘matura’ della fabbrica con la realizzazione di gruppi di biscuit (Gerusalemme in catene, Gerusalemme liberata), ed altri manufatti di impronta neoclassica - archeologizzante (13 busti in biscuit di soggetti classici).
Cause del rinnovato successo della terraglia pescolancianese:
A) Impiego di lavoratori professionalmente più esperti;
B) Inesistenza di attività concorrenziali, produttive di ceramica, nella zona alto molisana (eccezion fatta per Cerreto ed Arianoirpino, nonché Napoli);
C) Sviluppo delle vie di comunicazione nel territorio molisano (intensificazione dei tratturi, miglioramento della rete stradale quale la ‘strada d’Abruzzo’ collegante Napoli-Isernia-Aquila-Teramo-Chieti);
D) Utilizzo preferenziale dell’abbondante locale materia prima e di fonti energetiche, quali acqua e legna dei boschi;
E) Impiego di numerosa manodopera per le attività collaterali alla produzione di ceramiche (taglio e trasporto del legname, funzionamento dei mulini, lavori di estrazione presso le cave.
1795 Approntamento e lavorazione di un servizio di porcellana (con le più belle vedute e costumanze dei feudi di Pescolanciano, Civitanova S., Carovilli, Pietrabbondante ) da presentare al Re Ferdinando IV° di Borbone.
Gennaio-Ottobre 1795 Cessazione della fabbrica e leggenda del sabotaggio dei forni ad opera delle maestranze impiegate, corrotte dal Direttore della Fabbrica di Capodimonte: Domenico Venuti.
28 luglio 1798, documento in cui si dispone ad un certo Sabbetta lo smantellamento per vendita delle ultime fornaci presenti nelle pertinenze del castello con rispettivi magazzini.
27 Ottobre 1795 Inventario dei beni, tra cui manufatti della fabbrica, presenti nel Castello d’Alessandro in Pescolanciano:
213 Forme per uso della faenza
7 Zucchiere
31 Piattini di chicchere
3 Teiere
4 Caffettiere
2 Zuppiere con coperchi
27 Piatti
8 Vasi
7 Zuppiere
2 Piatti
724 Piattini
4 Piattini piccoli
61 Piatti mezzani 6 Piatti dimensioni reali
22 Fiammenchini piccoli
9 Servizi per l’olio e l’aceto
5 Saliere
12 Caffettiere
2 Bacili
15 Sciacqua bicchieri
9 Zuppiere
2 Maritozzi
50 Giarre per fiori
60 Tazze di caffè con piattini
14 Vasi grandi di faenza
13 Statuette piccole 4 Giarroni grandi
3 Vasi grandi con stemma Famiglia d’Alessandro
5 Vasi mezzani con stemma
11 Vasetti piccoli con stemma
5 Vasi semplici
10 Vasi mezzani piccoli
4 Giarroni con coperchi
32 Vasi lunghi
7 Vasi grandi

TOTALE Pezzi Inventariati : 1.393



Piatti Pescolanciano con disegni esotici al ticchio



Alberelli Pescolanciano con la Palma e l’isoletta



Coperchio Pescolanciano di zuppiera, museo Baranello (CB)



Vasellame (zuppierina,piatto,brocca,vaso) Pescolanciano con la Palma



Vasetti Pescolanciano con la Palma, museo di S.Martino (NA)



Zuppiera Pescolanciano al ticchio


L’Araldica nella Ceramica di Pescolanciano

Su molti albarelli di produzione pescolancianese viene raffigurata l’arma dei d’Alessandro:
“D’oro, al leone di rosso, con una banda attraversata di nero, caricata di tre stelle di sei raggi del campo”.
Lo scudo è accollato dalla croce di otto punte dell’Ordine di Malta, e timbrato da una corona d’oro, rialzata da dodici punte (sette visibili).
La presenza della corona cosiddetta “all’antica” testimonia del fatto che il titolare dell’arma era decorato di titolo principesco o ducale; la presenza della croce melitense attesta il fatto che il titolare dello stemma aveva vestito l’abito dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme.



Albarelli Pescolanciano stemmati


I Biscuit

I due gruppi in biscuit "la Gerusalemme in catene" (n°7 sx) e la "Gerusalemme liberata" (n°7 dx) apparvero in un catalogo (Catalogue d’objects d’art et de curiosite’ formant la Galerie de M.J. de Naples) di vendita all’asta tenuta a Firenze nel 1882 circa, presso l’impresa di vendita di Giulio Sambon. Furono battuti all’asta come biscuit di fabbricazione spagnola.
Inoltre, teste a soggetto classico appartengono ad un tipo di produzione d’indirizzo archeologizzante, di cui faceva parte il diffuso vasellame ordinario dipinto all’etrusca in buccaro, gradita al Duca Pasquale. Questo stile ed il gusto, ispirati all’arte classica, prevalgono comunque in tutta la manifattura pescolancianese. D’altra parte, lo stile classico fu quello prevalentemente diffuso in tutta Europa sul finire del XVIII° sec., riflettendosi anche nell’arte decorativa napoletana della Reale Fabbrica diretta dal pittore Domenico Venuti.Sembra che il busto di Giove, con gli altri due, sia stato sfornato dal faenzaro G.B. Poato nel periodo di prova della sua permanenza lavorativa in Pescolanciano (1786-1791). Per questo tipo di produzione di porcellana e biscotto a fritta (pasta tenera) fu costruita un’apposita fornacetta da cui risultano sfornati vari manufatti, in particolare 13 busti di diversa grandezza in biscuit (tra cui il menzionato Giove) ed un gruppo di paesani con figure contadinesche di varie dimensioni. Quest’ultima lavorazione fu ultimata senza successo a causa degli eccessi di fuoco che bruciarono e danneggiarono in parte i suddetti pezzi.



Trilogia biscuit Pescolanciano della Gerusalemme Distrutta, in Catene, Liberata


Catalogo d’asta della trilogia, 1882



Bustini Pescolanciano in biscuit, stile Neoclassico



Busto Pescolanciano di Giove



Marchio della fabbrica di Pescolanciano



Antica gipsoteca, con i calchi della ceramica di Pescolanciano











Albarelli e piatto ultima produzione (1795) con iniziali del Faenzaro.


Albarelli e brocca con iniziali (LP) del committente
sulla tipologia-modelli del Museo di S.Martino (NA)




Oliere



Simbologia esoterica nella ceramica del duca Pasquale d’Alessandro


Il duca di Pescolanciano, Pasquale Maria, fu in gioventù attratto dalle nuove correnti di pensiero di influenza francese, talune esaltanti la “ratio” illuminante altre il misticismo-esoterico(1), diffuse dalle diverse congreghe segrete presenti in Napoli nel corso del XVIII secolo.

Nella casa “palazziata” di via Nardò (piazza S. Ferdinando), don Pasquale d’Alessandro acconsentì tra l’altro di dare in affitto un appartamento ad un gruppo di giacobini, i quali vi aprirono un circolo. Ciò è quanto riferito dal Nottebella(2) nel suo recente libro, “Napoli Giacobina”, ove accennando agli avvenimenti politici accaduti a Napoli nel 1794 con il diffondersi delle rivoluzionarie idee filo-francesi, costui così scrive “(...) esistono circoli di commercianti francesi, quasi tutti favorevoli; continuano a persistere logge massoniche, a cui partecipano anche napoletani (...) ai commercianti ed ai banchieri francesi, fino dal 1785, è consentito di aprire un circolo in un appartamento del marchese di Pescolanciano a discorrervi di negozi esteri e propri e divertirsi in giochi permessi e di volta in volta con accademie di balli e musica”(3).
E’ da segnalare,poi, la presenza anche di taluni bandi ed editti di fine settecento contro la setta dei “Liberi muratori” tra i documenti dell’archivio ducale ancora in possesso.
La vicinanza a questo mondo settario, nonostante la professata fedeltà del duca al suo sovrano Borbone, è infine testimoniata dalla paterna amicizia verso il principe Raimondo di Sangro di Sansevero, da cui apprese i fondamenti della scienza alchimistica e la probabile ispirazione di produrre raffinate ceramiche.
Questo affascinante apprendimento di nozioni misteriose, da parte del giovane aristocratico dei Pescolanciano, lo dovette influenzare nella scelta degli elementi artistico-pittorici usati per i manufatti in ceramica. Questo affascinante apprendimento di nozioni misteriose, da parte del giovane aristocratico dei Pescolanciano, lo dovette influenzare nella scelta degli elementi artistico-pittorici usati per i manufatti in ceramica. Si potrebbe spiegare, così, il ricorrente motivo dell’immagine gnostica della palma, presente nelle diverse tipologie di alberelli, piatti, zuppiere e vassoi sfornati dalla fabbrica molisana.
Trattasi del classico albero di palma della noce di cocco, noto come “cocos nucifera”(4), che fu nativo delle regioni tropicali dell’Oriente. Per la sua particolare longevità (la pianta può sopravvivere oltre i cento anni) simboleggiò presso gli antichi popoli pagani la potenza dell’immortalità. I greci chiamarono la palma “foinix”, fenice, il mitico uccello che rinasceva dalle proprie ceneri senza mai morire. Mentre nell’antica Roma le foglie di palma divennero l’emblema della gloria militare e della vittoria conquistata. E’ solo con l’avvento del cristianesimo che il suddetto albero divenne specifico simbolo di ascensione, rigenerazione ed immortalità liberatoria.

L’iconografia teologica(5) dell’Annunciazione, ad esempio, mostrò l’arcangelo Gabriele preannunciante la nascita del Cristo dal ventre di Maria con le seguenti parole del salmo (91,13) circa “il Giusto fiorirà come palma”.
La foglia di palma ricompare, poi, nell’annuncio della morte della stessa Vergine, tenuta tra le mani dell’arcangelo Michele, come pure nell’episodio della “domenica delle Palme” allorquando Gesù, entrando in Gerusalemme venne osannato dalla folla sventolante rami di palma a significare la celebrazione della sua prossima salita al cielo. Analogo valore assume la palma della “Pentecoste”, prefigurante la resurrezione del Salvatore alla fine del dramma del Calvario.
Tale raffigurazione allegorica della palma fu ripresa dalla letteratura epico-esoterica per simboleggiare anche la vittoria dei guerrieri cristiani sugli infedeli islamici, rappresentanti le forze armate del Male.

La Terra Santa, luogo della natività e di purificazione da cui poter accedere alla Luce eterna, venne così ad identificarsi nel corso del medioevo nella regione delle palme.

Fu consuetudine, così, dei pellegrini ,di ritorno da detti luoghi vissuti dal Cristo, il portarsi seco un ramo di palma, segno distintivo dell’avvenuto passaggio per le località di fede. E’ chiara, quindi, la scelta del duca, che vantava una secolare tradizione cavalleresca del proprio Casato al servizio della croce(6), di voler prediligere nella decorazione dei suoi manufatti la figura di tale pianta, quale sorta di messaggio cifrato per quei cultori ed appassionati delle tradizioni cavalleresche, supportate da regole e valori dei primi cristiani. L’uso del legame continuativo al mondo dell’antica cavalleria attraverso le arti, d’altra parte, non è nuovo presso la famiglia d’Alessandro di Pescolanciano.
l bisnonno di Pasquale, il duca Giuseppe d’Alessandro(1656†1715) dedicò la sua vita alla passione letteraria ed a quella equestre e dall’unione di tecnica ippologica ed arte poetica, colorata di assiomi esoterici e tematiche cavalleresche, nacque il suo trattato “Pietra di Paragone dei Cavalieri” edito nel 1711.
Il di lui figlio Ettore, (1694†1741), nonno di Pasquale, fece poi ristampare nel 1723 la medesima opera paterna, ampliandola con ulteriori scritti e tavole illustrative tra le quali varie figure allegoriche di fisionomie tratte dal libro di Giambattista della Porta.
Alla luce di quanto sopra, si può ipotizzare così l’esistenza di una strana coincidenza circa l’uso del marchio “P” su taluni manufatti, in quanto lo stesso, oltre ad indicare la località produttiva di Pescolanciano o il suo artefice Pasquale, potrebbe derivare dall’iniziale di Palma e costituire segno di riconoscimento delle succitate allegorie sulla resurrezione o superamento della morte per una nuova vita (dalle Tenebre alla Luce), cui si rifà la tradizione del pellegrinare(7).

Fu, forse, un messaggio codificato riservato ad una ristretta cerchia di amici, spesso anche committenti, e familiari del duca, che condivisero tale cultura tradizionale dell’antica simbologia?
Del resto, nel corso del settecento fiorì questo interesse per la simbologia mitologica classica, nonché per le tematiche tipiche dell’epopea cavalleresca, come testimoniato dalle ricostruzioni architettoniche di torri ed edifici merlati d’ispirazione medioevale ad opera di esponenti collegati alle sette massonico-neotemplare, che predilessero la ricerca ermetica, alchemica ed occultistica al razionalismo illuministico(8).
A Napoli, difatti, si insediò “una delle quattro logge dell’ordine dei templari”(9), interessata alle antiche consuetudini esoteriche, derivanti dai tempi della Partenope greco-romana. Questa corrente di pensiero giunse a rispolverare anche l’alchemica leggenda del fragile uovo di Virgilio, collocato sopra l’isolotto dinanzi a Mergellina e sul quale si mitizzava essere appoggiata la città(10).

Crebbe, così, l’interesse nei confronti di tale letterato, non solo per le sue capacità erudite ma anche per il suo simbolismo poetico, ricco di segni magici noti già dalla letteratura medioevale. Il Sommo poeta mantovano, scelto non casualmente da Dante Alighieri nella Divina Commedia quale guida spirituale lungo il cammino spirituale negli inferi, riscosse particolare attenzione per la sua affascinante medicina e soprattutto per le riconosciute virtù taumaturgiche(11)anche nel secolo dei lumi. Si comprende, così, la grande attenzione riposta nel sepolcro di Virgilio, meta di studiosi ma anche dei diversi seguaci cultori della magica figura elevata a simbolo della Ragione.
Curiosa circostanza: il duca Pasquale d’Alessandro era l’allora proprietario della vigna, ospitante la suddetta tomba, attigua al casolare di famiglia di Mergellina(12), come testimoniò lo scrittore settecentesco Fernandez de Moratin.

Quegli “amici”, provenienti anche da altri regni, che il duca era solito accompagnare (come da appunti epistolari) nella visita all’area sepolcrale di Virgilio appartennero ad una setta, collegata a taluni ambienti napoletani?

Si può scorgere, poi, una sorta di collegamento di significati tra marchio “P”, la palma, l’immortalità, la vittoria sulle tenebre, l’ascesa alla suprema Luce con il classicismo mistico dell’autore dell’Eneide se si considera l’altro elemento figurativo ricorrente nelle ceramiche del duca: l’isola.
L’idea di raffigurare l’isola-scoglio potrebbe essere derivata proprio da quell’isolotto, poco distante dalle proprietà cittadine del duca, ove fu collocato il misterioso uovo di Virgilio (oggi Castel dell’Ovo) raffigurante il vaso da cui metaforicamente si generava il metallo prezioso fonte di Luce eterna.
L’immagine di un vaso accompagna, sempre, la palma dell’isola nelle ceramiche di Pescolanciano. La simbologia ermetica del duca d’Alessandro raggiunse, comunque, l’apice con la triade di biscuit della “Gerusalemme in catene”, “Gerusalemme distrutta”, “Gerusalemme liberata”. Nella Gerusalemme in catene ricorre l’immagine centrale della palma (“sicut palma esaltata in Sion”) a simboleggiare quanto già citato circa l’auspicio di una vittoria di liberazione dal male nonché l’immortalità dello spirito attraverso il cammino purificatorio di perfezionamento(13). Tale manufatto ripropone, come gli altri due, tematiche classicheggianti rifacentesi alla tradizione culturale esoterica, di cui sopra, per la quale il menzionato cammino di perfezionamento esistenziale veniva accomunato cabalisticamente al numero tre. Tale manufatto ripropone, come gli altri due, tematiche classicheggianti rifacentesi alla tradizione culturale esoterica, di cui sopra, per la quale il menzionato cammino di perfezionamento esistenziale veniva accomunato cabalisticamente al numero tre.
Gerusalemme, la città santa méta ambita dei pellegrini redenti e sacra terra difesa dai cavalieri dei diversi ordini, è rappresentata da una figura dalle presunte sembianze femminili, mentre piange seduta sulle rovine delle mura di detta città, alle quali è legata, come lo è il vicino fanciullo, con una catena.
L’elemento catena, tra l’altro, ricorda quella degli Eoni e dei Secoli della figura gnostica di Baffomete, la presunta divinità ermafrodita (con gli attributi di Cibale e Venere)adorata dai templari dopo il Padre eterno. Detto personaggio del biscuit, pertanto, potrebbe anche simboleggiare l’Europa cattolica (il Sole), delineata nel suo momento di dolore per la persa libertà.
L’ostile civiltà araba, invece, si può identificare nel sultano in atteggiamento spavaldo, appoggiato su un altro angolo delle mura ove si scorge un’insegna araldica ottomana. Pertanto, rifacendosi a cotali principi neotemplari il biscuit della Gerusalemme in catene potrebbe simboleggiare l’aspetto oscuro del citato cammino redentorio, offuscato dalle tenebre della “mezza luna” islamica(14).
Mentre nel gruppo in biscuit “Gerusalemme distrutta” l’indubbia figura femminile si erge con tre pargoli supplicanti sulle rovine di una Moschea (come taluni studiosi sostengono) o della stessa città palestinese,ruderi che ricordano quel menzionato stile architettonico neotemplare.
Infine, la “Gerusalemme liberata” costituisce il manufatto finale della triade allegorica in cui è impresso il momento trionfale del regno cristiano, vittorioso su quello musulmano.

E’ la méta ultima del cammino di perfezionamento, la luce infinita ed immortale (il Sole gnostico che squarcia le tenebre della Morte) che ricorda l’opera mistica del de Sangro: il “Lume Eterno”.
E’ il biscuit più interessante per le numerose figure allegoriche dai misteriosi significati esoterici. In primo piano si evidenzia la figura della Gerusalemme, dalle sembianze di un condottiero più mascolino, mentre procede trionfante su un carro trascinato da due grifoni(15). Alle ruote sono adagiati due personaggi dalle sembianze asiatiche ed africana, rappresentati nell’atto di frenare (l’asiatico) ed aiutare (l’africano) detto passaggio trionfale. La scena è sviluppata sulle consuete macerie di una torre, il cui basamento si compone di molteplici elementi-simbolo. Innanzitutto, balza agli occhi l’abbondante acqua, fonte di purificazione e rinascita spirituale, dei due fiumi fuoriuscenti dalle anfore, contraddistinte dalle scritte “Feritor” e “Fortifera”(16). La dea-pesce(17) è raffigurata nell’aspetto simbolico della femminilità fertile (“portatrice di Vita”), che può ricondurci all’immagine metaforica del “Graal”, concepito come ventre femmineo a custodia del Sangue Reale, ben noto ai guardiani del Tempio e a quelli del Priorato di Sion(18). La chiave di volta, comunque, della suddetta allegoria si rinviene nella data indicata sulla fascia al di sotto della torre, cioè quella incisa del CCCXV (315). Questa potrebbe essere stata confusa con quella del CCCXXV (325)(19), cioè quando l’imperatore pagano romano Costantino il Grande(20) decise di riportare la pace ed unificare Roma, tormentata da una lotta religiosa tra gli adoratori delle divinità pagane ed i cristiani, sotto l’unico vessillo religioso della Croce(21).
Alle metafore e simbologia esoterica si affianca ulteriore interpretazione storico-culturale degli elementi artistici richiamati nella produzione della triade. Il riferimento è allusivo all’epoca del duca Pasquale, alla diffusione delle idee giacobine e ai fatti rivoluzionari francesi e suo governo del Terrore.
Il regno cattolico (la Luce), rappresentato dalla Gerusalemme, si può identificare negli Stati legittimisti ed anti-giacobini, mentre si può riconoscere nell’islam (le tenebre) la Francia rivoluzionaria. Difatti, la scelta di una simile tematica classica del poema del Tasso, era in uso presso quella cultura reazionaria anti-francese, che menzionava talune ottave dell’opera Gerusalemme Liberata (canto 20, str.76, Incipit: vada in cener Parigi e Gallia) perché premonitrici della decapitazione nel 1793 di re Luigi XVI nonché del conseguente scoppio della rivoluzione francese.

Il duca Pasquale, tra l’altro, come cavaliere dell’ordine di Malta (nel 1794 ottenne la croce di devozione) nonché fratello di un cavaliere professo(22), non poté esimersi dal condannare la rivoluzione ed i rispettivi eredi bonapartisti, destabilizzanti gli antichi stati. Questo suo schierarsi dalla parte delle fronde della reazione legittima(23) potrebbe spiegare il verificarsi dei due dolosi avvenimenti: il misterioso incendio, in data 10 giugno 1798, del palazzo agnatizio di piazza San Ferdinando e la precedente leggendaria distruzione delle fornaci della fabbrica molisana di ceramiche. Questi segreti ed altri, il duca ceramologo portò con sé nella turbolenta senescenza, chiusasi (come narra la tradizione orale di famiglia) con la perdita di quella “ratio”, tanto studiata in vita.
Il duca trovò sepoltura nella tomba di famiglia collocata nella chiesa di San Domenico Maggiore, posta proprio a pochi passi dalla cappella di Sansevero e dal sepolcro dell’amico principe de Sangro in una delle più suggestive e magiche piazze di Napoli.


___________________________________________________ Note:

1) Nell’Inventario del 1780 (AcSd, Inventario del Ducal Palazzo di Pescolanciano.., 16 febb.1780) si rinviene tra i libri catalogati l’opera utopistica del ribelle calabrese Tommaso Campanella: la Città del Sole.
2) E. Nottebella, Napoli Giacobina, Napoli, 1999, p.144.
3) L’autore V.Gleijeses, già precedentemente, in una sua pubblicazione (Cfr.V.Gleijeses, Il borgo di Chiaia, Napoli, 1977, pp.19-20)riportò la medesima notizia, specificando però che solo nel 1793 per iniziativa di un gruppo di cittadini napoletani e stranieri, “capeggiati da Pietro Robby” fu fatta richiesta di licenza di aprire detto circolo “affinché potessero farci dell’accademia e del salotto”. Il reggente marchese Fuscaldo respinse la domanda, per poi esser accolta allorquando la questione fu portata a Corte da alcuni postulanti quali “l’incaricato di Francia Lenon ed il suo console Didur, Giovan Battista Meuricroffe, Carlo e Luigi Forquet, Giovanni Girand ed il console Antonio Liquer”. L’inaugurazione del circolo avvenne il 4 giugno del 1793.
4) Terminologia scientifica formata dal portoghese “cocos” = scimmia (forse per la somiglianza della noce al muso di una scimmia) e dal latino “lucifera” = portatore di noci.
5) Cfr. Jean Chevalier, Dizionario dei simboli, 1999 ed.BUR.
6) Si ricorda il barone rossocrociato Guido/Guidone d’Alessandro di Roccagloriosa, citato nel “catalogo dei baroni del Borrelli (Na, 1653, p.56), per la sua diretta partecipazione alla terza crociata (1189-1192) in terra Santa. Il templare Lando d’Alessandro risultò poi essere importante componente con frate Giovanni di Lorenzo, l’oblato Giovanni Cono ed altri della comunità templare della chiesa di S.Paterniano di Ceprano, a detta delle recenti ricerche del Bramato (Storia dell’Ordine dei Templari in Italia, Rm 1991, p.74).
7) Quella del pellegrinare fu consuetudine di una “communitas”, volta al distacco dal mondo materiale e proiettata verso il cammino della purificazione e dell’ascesi immortale.
8) Nicola Pezzella, l’Architettura Neotemplare, in rivista Templari, n°1, sett-ott.2001, ediz.trentini, pg.34-37.
9) Scrive il Capecelatro (Giuliano Capecelatro, Un sole nel labirinto storia e leggenda di Raimondo de Sangro principe di Sansevero, Milano, 2000 p.88) “la città, come le sarebbe capitato anche in un lontano avvenire, era considerata una porta verso l’Est. Che, nel linguaggio iniziatico rappresentava l’apertura verso il Sole. Quello astronomico, se si vuole, che da oriente ogni giorno prende le mosse nel suo incessante lavoro di dar luce al mondo, ma soprattutto quello simbolico: il Sole che diffonde la luce della conoscenza”.
10) Secondo il mito virgiliano, Napoli sarebbe andata distrutta se tale uovo si fosse rotto. L’autore dell’Eneide avrebbe di persona collocato in una gabbia “murata in una nicchia sotto lo scoglio di Megaride, roccia a sua volta in forma d’uovo, l’isolotto che fronteggia il nucleo più antico della città, appollaiato sul monte Echia. L’uovo che sorregge Napoli è in realtà un vaso destinato ad accogliere il metallo vile e trasformarlo in oro, un atamor in cui si compie l’Opera: creare il Sole che darà la Luce”(G.Capecelatro, Op.cit. p.74).
11) Si ricorda la leggendaria impresa di Virgilio di salvare Napoli dalle mosche infestanti, utilizzando la mosca d’oro da lui creata. Il mito di Virgilio lo consacrò anche per il suo potere di guarire cavalli ammalati, ricorrendo ad un suo cavallo di bronzo, nonché a rendere pescoso il mare napoletano con il suo pesce di pietra. Inoltre, la storia dell’uccisione del feroce serpente, annidato nei pressi dell’attuale quartiere Pendino, avvenne con il ricorso a formule magiche. Virgilio fu, pertanto, celebrato anche per questo suo ruolo di poeta trascendentale che esaltò la Vita sulla Morte, la Luce sulle Tenebre.
12) Si trattava dell’immobile “rustico”, forse all’epoca cascinale, con attiguo appezzamento di terra che si estendeva fin sopra la collina di Posillipo, ancor oggi visibile in piazza Sannazaro e facilmente riconoscibile per lo stemma dei d’Alessandro rappresentato dal leone attraversato da banda trasversale con tre stelle. All’epoca del duca Pasquale, vi transitò intorno al 1793 lo scrittore Leonardo Fernandez de Moratin per visitare la tomba di Virgilio ivi ubicata. Costui riferì nella sua opera “Viaje a Italie” (cfr. L.F. de Moratin, Napoli una corte sul mare, a cura di A. Mozzillo e V. Cardone, Napoli, 1998 p.51) circa la descrizione del sepolcro, aggiungendo: “sta dentro una vigna recintata, appartenente al duca di Pescolanciano; si va per sentieri erti e tortuosi, fra erbacce incolte; e quando lo si vede, si trovano solo rovine molto confuse”. La proprietà fu alienata intorno al 1820 al francese F. Bonniot, come testimoniò lo scrittore Tullo Massarini (Nei parentali di Virgilio, Nuova Antologia, fasc. sett. 1882) che così riporta: “L’entrata al sepolcro, prima che si aprisse nel masso dalla parte della grotta la scaletta che abbiamo di sopra descritta, avveniva dalla parte delle rampe di S. Antonio a Posillipo per la villa, che fu un tempo dei Duchi di Pescolanciano ed oggi è proprietà di un signore francese F. Bonniot”.
13) Fu concetto ricorrente nelle architetture sette-ottocentesche di ispirazione templare. E’, ad esempio, un elemento simbolico nella “casa dei Templari” del 1784 a Weimar o nel castello del giardino di Machern del 1792 presso Lipsia, di Karl August von Lindenau. Fu rappresentato un percorso rituale finalizzato al perfezionamento dell’essere che passava da uno stato di oscurità ad altro fatto di luce propiziatrice.
14) Secondo taluni studiosi, quale il prelato Gioacchino Maselli, detta allegoria si rifece alla tradizione epica di Olindo e Sofronia, descritta con il capo appoggiato sulla destra ed i figli piangenti.
15) La scelta dei due fantastici animali, con corpo di leone e testa d’aquila, è direttamente collegata alla tradizione mitologica egiziana ed ellenica poi ripresa dalla simbologia cristiana per rappresentare la forza demoniaca.
16) Feritor, come participio del verbo fero-feris, è da intendersi come “generatrice/portatrice”.Fortifera, dall’aggettivo Fortis, è traducibile come “incoraggiante/valorosa”.
17) Si ricorda che la donna dal corpo pisciforme di medioevale raffigurazione era localizzata nel mare, come tramanda il mito omerico, che costituiva l’alterità rispetto al mondo degli uomini. Mentre nell’escatologia postomerica la sirena venne rappresentata nell’oltretomba, quale alterità assoluta, con il compito di affascinare le anime che giungevano nell’Aldilà, rendendo più dolce la morte (cfr. L’Enciclopedia, Vol.18, UTET 2003,p.581).
18) Il Priorato di Sion fu fondato da Goffredo di Buglione (il condottiero per il quale si tramandava erroneamente presso il casato d’Alessandro aver combattuto l’antenato Guidone) che tentò di recuperare dalle rovine del Tempio di Salomone i documenti testimonianti del Sangue Reale, Sangreal, circa la discendenza divina dei Merovingi, generatisi da Gesù Cristo e Maria Maddalena.
19) E’ da segnalare, al di là dell’eventuale errore, che già dal 314 l’imperatore Costantino, nella sua carica di Pontifex Maximus della religione tradizionale, intervenne nelle controversie fra cristiani e pagani, così nella contesa dei donatisti come in quella tra ariani/meleziani contro ortodossi/atanasiani.
20) Costui fu il grande sacerdote del culto del Sol Invictus,Sole invincibile, la religione ufficiale romana ancora diffusa nei territori imperiali a distanza di tre secoli dalla crocifissione, seppur seriamente minacciata ed estromessa dai seguaci del cristianesimo.
21) Molta simbologia pagana “trasmutò” nella religione cristiana, così come avvenne per taluni rituali tipici del culto del Sole-Luce divina. E’ il caso, ad esempio, della domenica dei cristiani che derivò dal giorno in cui i pagani rendevano omaggio al Dio Sole, nonché del 25 dicembre della natività derivante dalla celebrazione della nascita del Dio Mitra e dei compleanni delle divinità Osiride/Dionisio. Infine, anche l’immagine stessa di Iside che allatta il figlio Horus, che fu concepito in modo divino, ispirò quella della concezione della Vergine allattante Gesù Bambino.
22) Costui fu Francesco Maria (1757-1836), educato al pari di Pasquale, scelse di divenire cavaliere professo dell’Ordine di Malta, entrandovi a far parte dall’anno 1795.
23) Il duca d’Alessandro, tra l’altro, accolse nel 1797 come ospite presso la sua dimora di piazza San Ferdinando lo zar delle Russie Paolo I, divenuto principale esponente e fautore della coalizione europea, antifrancese. Infatti, lo zar si oppose alla Francia rivoluzionaria, alleandosi nel 1798 con Gran Bretagna e regno di Napoli. Inoltre, nel 1797 costui accolse sotto la sua personale protezione l’Ordine di Malta, allorquando Napoleone occupò l’isola Melitense, espellendone i cavalieri. Lo zar Paolo I divenne di facto Gran Maestro dell’Ordine.

La Ceramica del Duca
Apri Documento